New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte

Prima che vi avventuriate nella lettura, lasciate che vi confessi una cosa: non mi considero un’esperta di New York e nemmeno mi vanterò di esserlo, anche se ho studiato questa città sotto vari aspetti e ho trascorso lì un’intensa settimana in cui ho cercato di immergermi il più possibile nel suo spirito caratteristico ma fuggevole. Esistono realtà troppo grandi e troppo mutevoli per essere comprese al primo sguardo e questo vale secondo me per la Grande Mela: lasciandola sapevo già che non mi è davvero appartenuta, avevo l’impressione di aver captato soltanto qualcuna delle sue mille sfaccettature.

Posso però confermarvi che io sono il prototipo dell’appassionata d’arte, quindi in questo post cercherò di condividere con voi i consigli che mi sembrano più utili e di descrivervi quei luoghi che, nel momento in cui ci si ritrova a scegliere tra mille attrazioni, vanno secondo me assolutamente messi ai primi posti.


Il Guggenheim: un matrimonio tra pittura e architettura

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Da vera fan di Wright (e anche della famiglia Guggenheim) non potevo che partire da qui. Vedere dal vivo questa architettura prima dall’esterno e successivamente poterla girare liberamente è stata una vera emozione, e come se non bastasse la collezione di opere d’arte custodita al suo interno è a dir poco strepitosa.

Il Guggenheim Museum si trova all’angolo tra la 5th Avenue (la via dei musei) e l’88th strada, affacciato su Central Park. Il progetto è del 1959 ed è stato pensato come il contenitore perfetto per l’inestimabile raccolta dei quadri di Solomon Guggenheim, ricco industriale e lungimirante collezionista.

Una parte del percorso espositivo è costituita da una rampa a spirale discendente, dedicata spesso alle mostre temporanee, e illuminata dalla luce naturale che piove dall’alto e da quelli che dall’esterno sembrano dei tagli nella facciata. Esiste poi tutta un’altra porzione di edificio più tradizionale, dove l’attenzione per l’illuminazione si dimostra sempre una scelta vincente e dove si possono ammirare capolavori soprattutto del periodo delle Avanguardie.

In poche stanza si concentrano opere di una qualità altissima: Georges Braque, Paul Cézanne, Marc Chagall, Edgar Degas, Paul Gauguin, Vassily Kandinsky, Piet Mondrian, Pablo Picasso, Pierre-Auguste Renoir e Henri de Toulouse-Lautrec sono infatti solo alcuni dei grandi artisti che si possono incontrare. Con questo spero di avervi convinti!


Chelsea: il paradiso delle gallerie d’arte

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Chelsea secondo me è il classico quartiere che ci si aspetta di trovare a New York appena al di fuori dei grandi grattacieli: è estremamente fotogenico, brulica di vita mondana e ha un passato industriale che fa mostra di sé negli edifici industriali tutti ormai rifunzionalizzati a dovere. L’arte contemporanea ed il rinnovamento urbano sembrano essere il motore che porta avanti la continua trasformazione di quest’area sita nella porzione sud di Manhattan.

Passeggiare tra le sue strade (soprattutto tra l’Hudson River, la 10th Avenue, la 18th e la 28h strada) è a dir poco fantastico: può capitare di varcare la soglia di una galleria d’arte e di trovarsi di fronte opere di Warhol, Koons, Haring e Lichtenstein, come è successo a me alla Tagliatella Galleries, oppure di capitare in mezzo a futuristiche opere contemporanee d’avanguardia.

Certo, bisogna apprezzare il genere, ma in ogni caso vi assicuro che l’atmosfera che si respira è molto bella!


Whitney Musem e High Line: tra pittura, architettura e paesaggio

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Siamo di nuovo a Chelsea, lo so, ma non potevo non citare due luoghi che per me sono stati molto importanti.

Il primo è il Whitney Museum of American Art, il tempio dell’arte contemporanea statunitense. Se siete stati anche voi a New York vi sarete sicuramente accorti di come gli Americani tendano a valorizzare più la pittura europea rispetto alla loro, che lasciano spesso in posizione quasi marginale nei grandi musei. Probabilmente la vedono come un modello, ma io credo che se si è in viaggio in un certo luogo è la cultura locale che bisogna inseguire prima di tutto. Al Whitney troverete opere di Edward Hopper, di George Bellows, di Jasper Johns e di Georgia O’Keeffe, insieme a fotografie bellissime e a opere probabilmente sconosciute che susciteranno la vostra curiosità, il tutto in un contenitore d’eccezione, progettato dal nostro connazionale Renzo Piano.

Proprio di fianco al Whitney ha inizio quella che è una delle più celebri passeggiate della città, famosa soprattutto per gli amanti dell’architettura: si tratta della High Line, una ferrovia sopraelevata che correva per un bel pezzo di Manhattan, dismessa a partire dagli anni Ottanta e trasformata dal 2009 in un parco pedonale. Si tratta di un’idea geniale, di un punto di vista privilegiato per osservare la città e di un’oasi di relax dove tutto è curato nel minimo dettaglio: l’arredo urbano, la scelta delle piante e la loro disposizione.

Una delle mie cose preferite di tutta New York, credo di poterla definire imperdibile!


MoMA e MET: gli immancabili

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Ovviamente non potevo dimenticare i due templi dell’arte di New York, favolosi contenitori di opere d’arte inestimabili.

Potrei dilungarmi sia sul MoMA – Museum of Modern Art, mecca per gli amanti dell’arte contemporanea, sia sul MET – Metropolitan Museum of Arts, immenso contenitore di opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi del mondo, ma ho preferito inserire i link al loro sito ufficiale che sicuramente si saprà raccontare meglio di me. Posso soltanto aggiungere che si tratta di due luoghi assolutamente all’altezza della loro fama, commoventi e gestiti in maniera davvero ammirevole. 

Un’ultima cosa, per gli amanti dell’arte medievale: non dimenticate che il biglietto di ingresso al MET comprende anche l’accesso ad una sua speciale sezione distaccata, The Cloisters, un monastero realizzato a partire dal 1927 con parti di chiese e abbazie di tutta Europa, smontate, trasportate e rimontate all’estremità nord di Manhattan.


DUMBO: quello che succede oltre il Ponte di Brooklyn

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DUMBO (acronimo di Down Under the Manhattan Bridge Overpass) è il primo quartiere che si incontra se si decide di avventurarsi per Brooklyn. Si tratta di una zona portuale e industriale, caratterizzata un tempo dalla presenza di magazzini di stoccaggio e di manifatture. Oggi questi edifici conoscono una seconda vita fatta di arte e design, in quanto sono diventati la nuova casa di galleristi e creativi in fuga dalla troppo cara Manhattan.

Passeggiare per questo piccolo quartiere dove Street Art è un po’ dappertutto è davvero bello: la vista verso il ponte di Brooklyn è una specie di cartolina vivente che caratterizza il panorama, mentre si respira un’aria vivace nei caffè, nei negozi e nei locali.

Se il tempo accompagna, vi garantisco che non vi pentirete di questa piccola fuga dal caos di Manhattan!


In conclusione, sapete che vi dico? Soltanto a ripensarci e a cercare qualche immagine mi è venuta una grandissima voglia di tornare a New York e di riprendere le mie esplorazioni esattamente dove le ho interrotte, in modo da arrivare più in profondità.

Voi invece ci siete già stati? Condividete quelle che sono state le mie impressioni?


Nel caso invece che vi siate persi un po’ di puntate precedenti, vi ricordo che questo è solo l’ultimo di una serie di post dedicata agli Stati Uniti, l’ultima tappa di un ragionamento che ha avuto inizio da qui: Esiste una vera “arte americana”?. Se siete curiosi di saperne di più, vi auguro una buona lettura! 🙂

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Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano

Sono assolutamente convinta che le opere di Frank Lloyd Wright abbiano il potere di incarnare perfettamente lo spirito degli Stati Uniti. In effetti racchiudono la parte migliore di questo continente sconfinato: il legame con la natura, gli affacci su panorami sconfinati e infine il caldo conforto del focolare domestico.

Se fino ad ora vi ho raccontato soprattutto dell’evoluzione della pittura americana (vi siete persi il discorso? Ecco dove inizia: Esiste una vera “arte americana”?), credo che sia anche doveroso spendere almeno un articolo per parlare dell’architettura, un ambito interessante e sicuramente importante. Quindi mi auguro che siate pronti ad immergervi in una serie di opere fondamentali per capire e apprezzare quello che Frank Lloyd Wright continua ad avere da raccontare, anche a 150 anni dalla sua nascita.


01. La Casa e Studio ad Oak Park, Chicago (1893-1898)

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Tra tutte le opere di Frank Lloyd Wright, paradossalmente la prima casa/studio che ha progettato per se stesso è tra le meno rappresentative e immediatamente identificabili.

Allora perché inserirla in questo elenco?

Principalmente mi vengono in mente due motivi. In primo luogo, questo progetto ci dice qualcosa dell’architetto prima della trasformazione nel grande maestro, quando ancora seguiva gli insegnamenti di Louis Sullivan ed in generale della Scuola di Chicago. (Per saperne di più, ecco il link ad un articolo dedicato a Chicago e allo sviluppo della sua architettura)

Ma non fraintendetemi: nonostante le influenze visibili la casa e studio di Frank Lloyd Wright non ha niente in comune con le altre coeve che si affacciano sulle stradine del signorile sobborgo di Oak Park (Chicago). I prospetti sono caratterizzati da originalità e spontaneità, mentre all’interno si vede una versione sfocata delle scelte che caratterizzeranno tutta la sua carriera.

Ad esempio il camino gioca un ruolo centrale, anche se non rappresenta ancora il cuore della casa, mentre i locali di abitazione si avvicinano ad un unico open space (punto cardine dei suoi successivi progetti), anche se ci sono ancora ampi tendaggi per dividere gli ambienti all’occorrenza.  Si può poi notare ovunque una grande attenzione nei confronti dell’illuminazione naturale o comunque diffusa, sensibilità che crea sempre una certa gradevolezza nella sue realizzazioni.

La seconda ragione per apprezzare questo edificio è la bellezza dello studio di progettazione di Wright, l’atelier di un attento professionista che a fine Ottocento era assolutamente all’avanguardia. So che da “collega” sono di parte, ma vedere uno spazio così ampio e luminoso a disposizione dei collaboratori e degli apprendisti mi ha davvero fatto un certo effetto.


02. La Robie House, Chicago (1910)

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La Casa Robie è invece l’emblema della prima celeberrima fase delle architetture di Frank Lloyd Wright, quella delle Prairie Houses, o per meglio dire case della prateria, pur essendo situate nella prima periferia della città, in quelle zone destinate a diventare sobborghi residenziali con l’avvento della rete metropolitana e ferroviaria.

Questi progetti sono caratterizzati da prospetti con un forte andamento orizzontale, chiusi dall’esterno ma curiosamente permeabili alla luce e al verde dall’interno. Gli ambienti ruotano intorno ad un grande open space (nella fotografia in basso), a sua volta sviluppato intorno ad un grande camino.

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In particolare, Casa Robie si distingue e merita di essere citata per la ricercatezza dei dettagli. È sufficiente osservare le lampade o le decorazioni delle vetrate e del soffitto per capire che ci troviamo di fronte ad una vera opera d’arte.

wright-casa-robie-chicago-muroSe volete sorridere, guardate l’ingrandimento del muro perimetrale: notate come l’andamento orizzontale sia sottolineato non soltanto dai mattoni larghi e piatti realizzati su misura ma anche dal diverso impiego della malta?

La separazione orizzontale dei corsi è enfatizzata da uno spessore notevole e da un colore bianco, mentre la divisione verticale tra un mattone e l’altro è annullata da un sottile strato di malta di colore più rosato.

Questa cura per i dettagli la dice sicuramente lunga sulla genialità di Wright, anche se  bisogna anche ricordare che questa casa all’epoca è costata quanto circa 17 case normali!


03. La Casa sulla Cascata, Mill Run (1936-1939)

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La Casa sulla Cascata mostra invece una sfaccettatura più modernista dell’architettura di Wright, che sicuramente aveva visto quello che aveva combinato in Europa gente del calibro di Mies Van Der Rohe e Le Corbusier.

La sua bellezza è sicuramente nella posizione paesaggistica, ma sarebbe errato fermarsi qui, visto che si tratta di un ardito esperimento strutturale, come vi ho già raccontato in un altro articolo; se ve lo siete persi vi invito a curiosare, anche perché non mi ripeto in questo elenco già bello corposo: In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright)


04. Kentuck Knob, Chalk Hill (1953-1956)

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Tra le case che ho avuto la fortuna di vedere la scorsa estate vi posso dire che Kentuck Knob è forse stata quella che mi ha sorpreso di più. Si tratta di un’abitazione un po’ successiva alla Casa sulla Cascata ma situata a venti minuti di macchina, appartenente alla serie delle Usonian Houses.

Se vi state chiedendo di cosa si tratti, vi posso dire che ho scoperto che le Usonian Houses sono le abitazioni americane dell’America post grande depressione. Se le Prairie Houses avevano come modello le capanne dei pionieri e gli spazi sconfinati, queste si riducono di dimensioni e fanno della funzionalità il loro cavallo di battaglia.

Il risultato è sconvolgente, dal momento che conduce a cucine modernissime, a comode sale da pranzo con penisola e allo sfruttamento dell’irraggiamento solare e delle correnti d’aria per rendere confortevoli gli ambienti.

Siamo negli anni Cinquanta e le opere di Wright sono studiate per favorire la circolazione dell’aria, il riparo dal sole d’estate e il passaggio della luce calda in inverno. Un po’ come succede da noi negli ultimi anni, non vi pare incredibile?


05. Il Guggenheim Museum, New York (1959)

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Non potevo che chiudere questa sbrigativa carrellata con il Guggenheim Museum di New York, commissionato dallo stesso Solomon Guggenheim a Frank Lloyd Wright, che a Manhattan non aveva ancora avuto l’onore di progettare niente.

Qui il concetto di architettura organica, corrente ideata dallo stesso Wright per indicare l’attenzione progettuale nei confronti del rapporto con la natura e del mantenimento di una scala “umana”, viene realizzato su larga scala.

L’edificio, che ricorda per certi versi una conchiglia, assume una forma che dipende soltanto dalla migliore fruizione delle opere al suo interno. La grande rampa, con tanto di lucernario che fa piovere la luce dall’alto, è il modo migliore per passeggiare tra le sale e soprattutto presenta dimensioni tali da far sentire il visitatore a sua agio. Nonostante l’eccentricità apparente, questo museo non sovrasta che lo guarda per la prima volta, ma al contrario lo guida passo dopo passo attraverso il percorso espositivo.

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Vi confesso che vederlo dal vivo è stato bellissimo: mi è piaciuto molto notare come ogni scelta sia ragionata e tutto sommato semplice, non come accade a certe mediocri stravaganze che oggi ci siamo troppo spesso abituati a vedere, soprattutto quando si parla di archistar.


Bene, mi sono accorta di avere scritto più di mille parole, quindi credo proprio che sia giunto il momento di fermarmi. Che dite, vi è piaciuto leggere un po’ di Frank Lloyd Wright? Sono riuscita a farvi venire voglia di approfondire questa sommaria carrellata? Mi auguro proprio di sì 😉

P.S. Spero che le fotografie vi siano piaciute, visto che sono quasi tutte opera mia (o del mio compagno di viaggio!)

Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà

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Esiste un posto negli Stati Uniti in cui l’atmosfera e la luce hanno qualcosa di familiare: se si fa attenzione, non possono che venire in mente i quadri di Edward Hopper. (Sempre su di lui, ecco il link ad un altro articolo: Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista)

Non mi riferisco alle grandi città come New York, che cambiano aspetto troppo velocemente e sono invase da una frenesia fuori controllo, ma piuttosto a Cape Cod, la sottile penisola affacciata sull’Atlantico dove per quarant’anni, a partire dal 1930, questo artista ha trascorso il suo tempo libero insieme alla moglie Josephine. Possedevano una casa dalle parti di Truro e ancora oggi esiste il tour organizzato che prevede la visita della sua abitazione e di altri scorci dei suoi dipinti.

Vi dirò però che io ho preferito scoprire per caso i riferimenti alle opere di Hopper e soprattutto perdermi nell’atmosfera di questo particolare luogo di mare. Dopotutto, tra colori ad olio e acquerelli esistono più di cento sue opere che raccontano di Cape Cod, quindi non è stata una ricerca troppo difficile.

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Edward Hopper, Ottobre a Cape Cod.

I luoghi che più amiamo ci influenzano, è inutile negarlo.

Effettivamente, io non credo che sia solo suggestione se vi dico che secondo me esiste una sorta di connessione tra questo posto ancora oggi in parte solitario, luminoso e fosco allo stesso tempo, e la ricerca pittorica di Edward Hopper, frutto dell’introspezione e della rielaborazione del mondo esterno. Dalla contemplazione di un paesaggio derivano sicuramente la sua semplificazione e la comprensione dell’essenza, ma allo stesso tempo la sua rappresentazione è qualcosa di filtrato dalla mente dell’artista.

Potrei continuare a cercare di convincervi, ma credo sia molto meglio mostrarvi qualcosa anziché continuare con le parole, non lo pensate anche voi?


Ecco quindi una serie di quadri realizzati a Cape Cod…

…e una galleria di fotografie che io stessa ho fatto in giro per la penisola

(Purtroppo ho beccato un po’ di brutto tempo, quindi ho potuto vedere solo in poche occasioni la celeberrima luce dorata che avvolge questo lembo di terra).


Che ve ne pare? Anche secondo voi lo spirito di Edward Hopper è presente in questi luoghi? So che vi ho proposto soltanto poche foto, ma spero che vi saranno sufficienti per farvi un’idea!

Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista

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Edward Hopper, Nighthawks.

Chiedendomi quali siano le opere che meglio rispecchiano l’America della grande depressione, mi rendo conto che la mano che le ha realizzate grossomodo è una sola: ovviamente mi riferisco a quella di Edward Hopper, l’uomo che più di tutti ha saputo immortalare lo spirito di quegli anni e le difficoltà di un continente giovane che vive in questa fase gravi squilibri.

Per di più, questo artista non è soltanto un bravo ritrattista del mondo che ha di fronte. In effetti quello che secondo me lo rende grande e sempre attuale è soprattutto la sua capacità di riportare sulla tela dei tratti della natura umana, quei caratteri profondi capaci di emergere dalle scene che dipinge, a prima vista così semplici.

Nei pochi personaggi che popolano i suoi quadri l’osservatore può vedere l’irrequietezza umana, l’insoddisfazione, la solitudine ed il desiderio di altrove. E vedendole, sicuramente una parte del suo cuore si emoziona.

Ecco, per celebrare al meglio le sue qualità vorrei dedicare questa tappa del mio viaggio attraverso la pittura americana proprio a Edward Hopper, cercando di risalire alle principali ragioni che lo rendono un pittore così importante e amato. (Per chi volesse tornare alle scorse puntate, ecco i link: Esiste una vera “arte americana”?, Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River, Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth)


1. L’atmosfera delle sue opere

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Edward Hopper, Gas.

Regina di ogni quadro di Edward Hopper secondo me è sempre l’atmosfera, studiata nei minimi dettagli con grande precisione e con un taglio che oggi definiremmo cinematografico. Effettivamente non si può negare che non sia stata ripresa in molti film, ma questa è un’altra storia di cui forse un giorno parleremo, quindi per adesso non divago.

La composizione è forse il primo elemento che rende distinguibile una sua opera e che cattura lo sguardo dell’osservatore, grazie ad una serie di ingredienti che insieme fanno una magia.

Ad esempio, il numero di personaggi è sempre limitato, mentre il loro movimento sembra essere imprigionato nella pittura. La scelta del colore ricade poi spesso nella contrapposizione di tinte complementari, a cui si sommano tocchi di colore diverso che servono a indirizzare l’occhio. Le ombre e le luci giocano poi un ruolo fondamentale, animando scene altrimenti piatte: che si tratti di lampade da interni oppure di raggi di sole radente poco importa, l’effetto è sempre quello di dare vita alle architetture, ai paesaggi e alle persone.


2. L’immagine dell’America della Grande Depressione che riesce a dare

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Edward Hopper, Early sunday morning.

Ovviamente non si può trascurare il valore delle opere di Hopper come testimonianza del delicato e difficile periodo della storia che l’America vive per tutti gli anni Trenta.

Le opere di questo artista riescono a dare voce ad un malessere comune e alla mancanza di speranze e aspettative che si vive in questi momenti. Non so, riflettendoci mi viene in mente che magari l’amore che sembra che tutti provino per Hopper nelle ultime stagioni (basti pensare alla frequenza delle mostre su di lui ad esempio in Italia) sia in parte dovuto al fatto che, data la situazione politica ed economica in cui viviamo, riusciamo facilmente ad immedesimarci nei suoi soggetti.

Dopotutto è difficile avere rosee aspettative oggi esattamente come lo era allora: si viveva nell’innegabile e onnipresente mondo patinato costruito dalla prosperità dei decenni precedenti, un mondo fragile che però non era sostenibile e nemmeno al passo con la gente. Beh, non sembra anche a voi qualcosa di familiare?  [Mi fermo qui, visto che il mio intento oggi è unicamente quello di celebrare Hopper.]


3. Il silenzio

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Edward Hopper, Morning sun.

Infine, ciò che secondo me rende così importante Edward Hopper è l’introspezione delle sue opere, la capacità che hanno di raccontare la condizione umana, spesso imprigionata nel silenzio e nella difficoltà a comunicare.

Attraverso i quadri ci viene raccontata una situazione di muta introspezione, una reazione al mondo esterno ma anche l’insoddisfazione e all’infelicità che ogni tanto tutti abbiamo dentro. In relazione a questo, condivido con voi una piccola galleria da sfogliare di sue opere su questo tema.


Bene, ora però mi fermo, prima di mettermi a filosofeggiare troppo. Spero tanto che questo articolo vi sia piaciuto e che magari abbia contribuito, anche solo in minima parte, ad un’osservazione approfondita e curiosa delle opere di Edward Hopper, un artista che amo davvero molto.

Piace anche a voi? Sono curiosa di sapere la vostra opinione in merito! 🙂

Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth

Oggi torniamo a parlare di Stati Uniti, seguendo il sottile filo rosso che si dipana dalle origini della pittura americana fino all’arte contemporanea. (Vi siete persi le scorse puntate? Ecco i link: Esiste una vera “arte americana”? e Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River)

Eravamo rimasti dalle parti dell’Hudson River o vicino al Canada, smarriti nei grandi paesaggi monumentali che caratterizzano la fine dell’Ottocento in questo continente. L’idillio bucolico che celebra il territorio incontaminato e fiero del Nord America tuttavia non è destinato a durare. 

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Charles Sheeler, River Rouge plant.

A partire dall’inizio del Novecento infatti l’attenzione degli artisti si sposta verso i luoghi in cui fermentano febbrili attività, ovvero le grandi città, New York prima di tutte. Siamo infatti in anni in cui la crescita economica e lo sviluppo dell’industria sono alle stelle, quindi anche nella pittura si assiste all’urbanizzazione degli Stati Uniti e all’importanza che assumono le metropoli.

Come se non bastasse, in Europa scoppia la Prima Guerra Mondiale, evento catastrofico per noi e occasione ghiotta per il giovane continente, che vede arrivare artisti emigrati e aumentare ulteriormente le sue ricchezze e opportunità. Da tutto questo caos e dal fermento continuo nasce una corrente chiamata Modernismo americano, che proclama New York, anziché Parigi, nuovo centro dell’avanguardia artistica e che si muove in due direzioni distanti tra loro e ben definite.

Da una parte abbiamo il trionfo dell’astrattismo, sulle orme del Cubismo europeo, guidato da artisti del calibro di Stuart Davis, Man Ray e Patrick Henry Bruce.

Dall’altra invece il corso dell’arte prende una strada che si allontana molto dalla scuola del vecchio continente e che per questo mi sembra estremamente affascinante, conducendo nelle gallerie d’arte newyorkesi di Alfred Stieglitz (su di lui, ecco la biografia tratta da Wikipedia). Questo brillante fotografo di origini ebreo tedesche riesce a creare intorno a sé un entourage di artisti che si impegnano a sintetizzare la realtà sino a coglierne l’essenziale, senza mai perdere il legame con le forme organiche.

Ed è proprio a loro che dedico questo articolo, dal momento che l’esito della loro ricerca risulta davvero affascinante e, allo stesso tempo, forse poco noto dalle nostre parti.


Georgia O’Keeffe

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Georgia O’Keeffe,

Parlando di Alfred Stieglitz, è doveroso iniziare questa galleria con Georgia O’Keeffe (1887 – 1986), talentuosa pittrice destinata a diventare moglie del celebre fotografo, che la aiuterà a raggiungere la fama grazie a numerose esposizioni. (Questa è una veloce carrellata, ma per i curiosi ecco il link alla biografia di Georgia O’Keeffe, sempre grazie a Wikipedia)

Negli anni Venti diventa una delle artiste più importanti d’America, anche grazie ad una serie di opere di grande formato ispirate proprio agli edifici di New York. Ed ecco che qui ne condivido con voi una piccola parte.


Charles Demuth

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Charles Demuth, Buildings Lancaster.

Anche Charles Demuth (1883 – 1935) è un pittore membro del Gruppo Stieglitz, associabile alla corrente del precisionismo. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Vi confesso che, prima di vedere alcune sue opere negli Stati Uniti, non avevo idea di chi fosse. E a volte credo che il bello sia proprio nello stupore, nella bellezza di una scoperta inaspettata.

Mi piacciono molto le sue opere, paragonabili per certi versi ad alcuni esiti del futurismo (penso ad esempio ad Antonio Sant’Elia), ma allo stesso tempo diversissimi nell’intento e nell’armonia senza tempo.

Apprezzo poi i soggetti tipicamente americani come le grandi scritte sui muri e le cisterne sopra i tetti, insieme all’utilizzo dei colori primari sempre utilizzati in maniera equilibrata.


Charles Sheeler

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Charles Sheeler, fugue.

Ultimo di questa piccola selezione, Charles Sheeler (1883-1965) non è direttamente riconducibile al circolo di Alfred Stieglitz ma gli è molto vicino negli esiti della sua ricerca. (Anche su di lui, ecco il link alla biografia di Wikipedia)

Si tratta infatti di un grande esponente della corrente pittorica del precisionismo e di un fotografo molto celebre, che ha testimoniato la crescita dell’America industriale, tanto che è persino stato assunto negli anni Venti dalla Ford per ritrarre le proprie strutture.

Che ve ne pare? A me affascina molto anche per la sua freddezza.


Allora, vi sono piaciuti questi ritratti della metropoli americana? Spero proprio di sì e spero anche che vi interesserà la prossima puntata del mio viaggio attraverso l’arte statunitense, oltre la rappresentazione oggettiva: sapreste indovinare chi sarà il grande protagonista della prossima puntata?

Nell’attesa vi allego, a titolo di indizio, una sua opera in tema di città:

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Thomas Cole e gli altri: una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River

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F. E. Church, Monte Ktaadn

Se c’è qualcosa su cui può puntare un Paese con poca storia come gli Stati Uniti del primo Ottocento, è sicuramente lo spazio vasto, selvaggio e incontaminato di cui dispone. Ed è proprio da qui che si parte per il viaggio verso l’indipendenza nel campo dell’arte, un percorso che che ha inizio poco sopra New York, nella terra che collega la città alle Cascate del Niagara. Non sono luoghi così remoti o distanti dalla civiltà, eppure in questi anni risultano ancora sconosciuti.

Sicuramente i tempi sono maturi per l’evoluzione della pittura paesaggistica, come ci racconta l’Europa nel fiore del Romanticismo: Friedrich in Germania esprime i colori e le suggestioni del Nord, mentre Turner in Inghilterra rivoluziona la pittura con le sue opere visionarie (su questo tema, ecco il link a un post che consiglio: Il mio amore per il romanticismo).

Gli Stati Uniti d’America poi sono all’inizio della loro carriera autonoma, quindi la natura, il loro punto di forza, viene in un certo senso anche utilizzata per mitizzare questa nuova terra così giovane da poter vantare poca storia.


Thomas Cole e la nascita della Hudson River School

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Thomas Cole, North mountain and Catskill Creek.

Il pioniere di questo movimento artistico è Thomas Cole (1801–1848), inglese di nascita ed emigrato dalle parti di New York City.

Prima di morire tragicamente a quarantasette anni (un altro della folta schiera degli artisti morti troppo presto), riesce a creare qualcosa di grande, imbarcandosi a ventiquattro anni su un battello, pronto ad esplorare e a risalire l’Hudson River in quella stagione autunnale che colora i paesaggi di tonalità dorate e stupende.

La serie di quadri che produce in questo viaggio è sufficiente a regalargli la fama e a costruire intorno a lui un entourage di amici e in seguito di discepoli, destinato a chiamarsi Hudson River School.

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Thomas Cole, The Connecticut River near Northampton

Questi artisti inizialmente trovano  l’ispirazione nella terra incontaminata americana, grandiosa e tranquilla, fondendo spirito d’avventura e interesse per l’esotico. Nei paesaggi la presenza umana, sempre minima, si inserisce con armonia e pace, regalando un’immagine decisamente lontana da quella che riportano i film sulla conquista del West.

Eppure l’ovest è destinato a diventare uno dei protagonisti della seconda fase della storia dell’Hudson River.


Frederic Edwin Church e gli artisti della seconda generazione

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S. R. Gifford, Morning in te Hudson, Haverstraw Bay.

Negli ultimi decenni dell’Ottocento in effetti gli artisti dell’Hudson River School non si accontentano più del placido stato di New York, affiancando i pionieri nella conquista del Far West e spingendosi addirittura in Sud America.

Tra loro, Albert Bierstadt trova il successo proprio con le grandi tele dedicate ai paesaggi delle Montagne Rocciose realizzati quando, dalla fine degli anni cinquanta,  comincia a esplorare l’ovest al seguito di una spedizione governativa. Nel 1863, in California, si innamora poi della Yosemite Valley, quella che viene definito da chi la scopre un vero paradiso terrestre.

Oltre a lui, altri artisti della Hudson River School che trovate nella galleria qui sotto sono Albert Bierstadt, Thomas Moran, J. F. Kinsett, Worthington Whittredge, M. J. Heade e S. R. Giffred.

L’ultimo, ma allo stesso tempo il più noto tra i discepoli di Thomas Cole, è Frederic Edwin Church (1826–1900, di cui avevo già parlato qui: L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church), artista appassionato di scienze e fenomeni naturali.

Nelle sue opere in effetti si riscontra sempre una sorta di curiosità che si unisce e va ad arricchire il gusto tardo romantico. La sua attenzione è rivolta ai vulcani, alle foreste sudamericane e, ovviamente, alla bellezza selvaggia delle cascate del Niagara.


Vorrei raccontare ancora qualcosa e mostrare altri quadri (per una volta vi posso annunciare con fierezza che sono quasi tutte fotografie scattate da me nei vari musei che ho girato negli USA), ma so che sono già stata parecchio prolissa quindi preferisco fermarmi qui. Vi piacciono queste opere? Le conoscevate già?

In ogni caso spero che la prima puntata in tema Esiste una vera “Arte americana”? vi abbia fatto venire voglia di scoprire il seguito, decisamente più vicino alle metropoli che alla natura.

Nel frattempo, se siete curiosi di approfondire, ecco il link all’interessantissima pagina che il Metropolitan Museum di New York dedica alla Hudson River School, tenendo conto che da lì ci si può collegare a molti altri saggi che non sono niente male:  http://www.metmuseum.org/toah/hd/hurs/hd_hurs.htm

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Esiste una vera “arte americana”?

Oggi esordisco con questa domanda complessa ma affascinante (o almeno spero), un interrogativo che mi è rimasto in testa durante tutte le ultime tre settimane.

Sono assolutamente convinta che si possa risalire ad un momento, vago o preciso che sia, in cui la cultura americana prende una sua deriva caratteristica, facendosi timidamente forza ed arrivando finalmente a scostarsi da quelli che sono i binari dettati dalla vecchia Europa, fulcro fino alla metà del Novecento di tutta la cultura mondiale.

House by the Railroad, by Edward Hopper
Edward Hopper, la casa lungo la ferrovia.

Esistono poi luoghi dove la storia sembra impazzire, punti precisi nello spazio e nel tempo in cui gli eventi si susseguono e le menti geniali hanno il loro spazio, divorandosi tutto quello che c’è intorno. Per fare un grande esempio, avete presente Firenze nel Rinascimento, la piccola città che in qualche decennio riesce a stravolgere completamente il destino della pittura?

Ecco, io credo che anche la ricerca dell’origine dell’arte e dell’architettura americana conduca in due luoghi precisi, due città con una grandissima personalità ed un fascino innegabile.

Come forse saprete (se avete seguito il blog e il profilo Instagram), negli scorsi tempi sono riuscita a esplorare un pezzetto di Stati Uniti, e più precisamente quella porzione che forse è la più cruciale dal punto di vista storico, artistico e architettonico, senza nulla togliere a tutto il resto che ancora non ho potuto vedere.

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Grant Wood, Fall plowing.

Mi riferisco a tre settimane tra Chicago, New York e tutta l’immensità che si trova in mezzo, alla ricerca di meraviglie naturali e di tracce che mi raccontassero qualcosa in più sullo sviluppo dell’arte e dell’architettura americana.

Ho visto incredibili musei, vere e proprie città nella città, palazzi, paesaggi ispiratori e capolavori a livello mondiale. Non voglio annoiarvi raccontando tutto adesso (e a dire la verità devo ancora ragionarci un po’ sopra), ma prometto che condividerò tutto con voi e arriverò a trovare la risposta della domanda che intitola questo articolo.

Sono riuscita ad incuriosirvi? Allora non perdetevi i prossimi articoli, perché ogni tanto salterà sicuramente fuori qualche bella storia su Frank Lloyd Wright, su Edward Hopper e sulla Hudson River School, solo per fare qualche esempio.


Aggiornamento: ecco i link ai post che continuano questo viaggio alla ricerca della bellezza
  1. Una grande storia che ha inizio nei meandri dell’Hudson River
  2. Il trionfo delle metropoli: la metamorfosi americana secondo O’Keeffe, Sheeler e Demuth
  3. Tre motivi che rendono Edward Hopper un grande artista
  4. Cape Cod: il luogo dove i quadri di Hopper diventano realtà
  5. Frank Lloyd Wright: 5 opere per amare il più grande architetto americano
  6. New York City: 5 luoghi imperdibili per un appassionato d’arte
  7. Perché nelle città ad un certo punto sono spuntati i grattacieli?
  8. La nuova sede del Chicago Tribune: storia di un concorso da 50.000 dollari

Aspettando New York

Aggiornamenti dall’altro lato dell’oceano.

Miei cari amici, per prima cosa vi devo dire che non mi sono dimenticata del blog, soltanto questo viaggio che sto vivendo sta assorbendo tutte le mie energie. Vi devo confessare che sono felicissima: ho pianificato per quasi un anno queste tappe e allo stesso tempo ho realizzato un po’ dei miei sogni d’infanzia (come mettere piede in Canada, anche se solo per un’ora, oppure vedere con i miei occhi i grandi laghi).

Ormai la mia dolce metà ed io siamo arrivati oltre la metà e davvero non ci possiamo lamentare, visto che persino le minacce di uragano finalmente si stanno placando.

Tra un paio di giorni raggiungeremo quella che sarà la tappa finale: New York, la leggendaria Grande Mela. Sapete che tra tutto è quello che mi preoccupa di più?

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Uno dei primi grattacieli a Chicago, progettato da Louis Sullivan, la Robie House di F. L. Wright e un qualche imprecisato punto della Pennsylvania.

Abbiamo iniziato il nostro lungo giro da Chicago e personalmente vi dirò che me ne sono un po’ innamorata, con la sua spontanea aria da dura e la natura così poco turistica, nonostante sia una specie di mecca per gli amanti dell’architettura. Abbiamo esplorato i tesori di Frank Lloyd Wright e apprezzato l’evoluzione dei grattacieli, che è proprio qui che sono nati.

Dopo la Windy City, abbiamo conosciuto i vasti spazi pianeggianti e ondulati dell’Ohio, della Pennsylvania e dello Stato di New York, scoprendo una grande tranquillità e un altro volto della mitica America.

Adesso temo che lo scontro con la vivacissima e caotica New York City possa non soddisfare a pieno le mie rosee aspettative; sono un po’ pazza vero? Una parte di me teme che Manhattan ormai abbia venduto la sua anima ai turisti e che ormai nel mio cuore non ci sia posto per tutti. In realtà credo e spero di sbagliarmi, ma nel frattempo sapete cos’è che mi consola e che rimane come punto fermo nella mia insaziabile curiosità? Vi svelo la risposta: quello che mi tranquillizza e mi fa morire dall’impazienza è più di tutto la presenza di ben 5 musei che non vedo l’ora di vedere, 5 paradisi che sono certa mi faranno commuovere.

E allora avanti tutta, senza pregiudizi o problemi inesistenti.

Voi invece come state? Spero che per tutto settembre sia un mese bellissimo 🙂

Verso nuovi orizzonti

USA-PartenzaBuongiorno a tutti miei cari, mentre state leggendo queste parole io sono finalmente partita per il mio tanto agognato viaggio di quest’estate.

Gli Stati Uniti mi hanno attirato nelle loro spire, o per meglio dire sono io che volo verso di loro in classe turistica. Con il mio innamorato ho pianificato un gran vagabondaggio nella parte orientale, alla ricerca delle origini della cultura, dell’arte e dell’architettura statunitensi. (Ormai sapete che le mie ossessioni non mi lasciano mai in pace 🙂 )

Starò via per un po’ e non so se riuscirò ad aggiornare il blog, però se siete curiosi e vi ricordate della vostra Sottile Linea d’Ombra potete sempre dare un’occhiata su Instagram o su Facebook, dove pubblicherò qualche foto.

Spero di tornare con tante storie affascinanti da raccontare, per regalare a tutti un autunno all’insegna della curiosità. Intanto, buon inizio di settembre, io me lo godrò dall’altra parte dell’Atlantico!

In equilibrio tra emozione e tecnica: la Casa sulla Cascata di Wright

FallingWaterPerspectiveFrank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Se foste chiamati a stilare una classifica delle architetture più amate e più celebri del Novecento, voi non inserireste nei primi posti questo capolavoro di Frank Lloyd Wright?

Io non avrei alcun dubbio ed è proprio per questo che il terzo e ultimo esempio sul tema “architetture che hanno cambiato la storia” non poteva essere che lei, la Casa sulla Cascata. Si tratta del manifesto di quella che viene definita Architettura organica, un movimento classicamente statunitense che credo non dovrebbe essere dimenticato anche dalle nostre parti.


Cosa vuol dire architettura organica?

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Il poche parole, l’architettura organica promuove una sorta di armonia tra l’uomo e la natura in cui è immerso, una simbiosi ottenuta a livello compositivo ma anche concreto mediante l’utilizzo di materiali naturali locali e l’integrazione degli edifici nel paesaggio.

Quasi tutti i lavori di Wright seguono effettivamente questa corrente e a questo si deve l’incredibile varietà dei suoi progetti, che non partono da un’idea comune e da un modello astratto, ma al contrario sono il frutto di ciò che un determinato ambiente ha da offrire.

Siamo ben lontani dalla geometria perfetta di Le Corbusier e del Bauhaus, realizzabile uguale in qualunque luogo al mondo, non credete anche voi?


La Casa sulla Cascata a Mill Run

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In questo caso siamo nel 1935 nei boschi vicino a Pittsburgh (Pennsylvania), quindi geograficamente distanti ma storicamente vicini agli ultimi due esempi di cui ho parlato negli scorsi articoli.

Frank Lloyd Wright viene chiamato dalla miliardaria famiglia Kaufmann a progettare un edificio in corrispondenza di una piccola cascata tra i boschi, destinato a diventare la loro seconda casa per il tempo libero.

Casa cascata Wright Planimetria generaleOsservando il territorio, l’architetto disegna un’abitazione composta da tre piani con grandi terrazze a sbalzo sovrapposte tra loro, in maniera da richiamare le vicine rocce sedimentarie stratificate.

La sua attenzione nel limitare l’altezza della casa, nella composizione in generale e nella scelta delle tinte riesce a creare una simbiosi tra l’uomo e la sua creazione. Il rivestimento in pietra locale poi contribuisce a rendere la casa una specie di continuazione della natura, integrata e rispettosa del contesto.

(Per chi volesse vedere altre fotografie dell’esterno, generali e di dettaglio, ecco il link alle immagini di wikimedia commons.)

Anche gli interni seguono la linea dei prospetti, rimanendo semplici ed eleganti, con tanto di pavimento in pietra che si fonde con le rocce affioranti sul sito. Come si può notare, non esiste una precisa attenzione alla geometria, favorendo invece gli scorci e le scelte legate all’orografia del luogo.

Casa cascata Wright Planimetria

(Anche per quanto riguarda i fantastici interni, ecco il link alle immagini di wikimedia commons, che vi consiglio con tutto il cuore di guardare!)


Composizione raffinata e tecnica avanzata

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Oltre a quello che ho già detto, non bisogna dimenticare una cosa fondamentale: quando si parla di Wright, la ricercatezza compositiva è sempre accompagnata da una grande capacità e sperimentazione tecnica. 

Un esempio? Nel 1936 la dimensione degli sbalzi in cemento armato era considerata così impressionante che nessuno dei lavoratori del cantiere aveva il coraggio di togliere i puntelli dai solai appena gettati! Eppure la struttura ha tenuto e oggi possiamo ammirare quella che è stata definita la migliore architettura americana dall’American Institute of Architects.

Dopotutto, Frank Lloyd Wright ha imparato a costruire a Chicago, nello studio di Sullivan e Adler, gli inventori del moderno grattacielo.  (Per gli interessati, ecco il link ad un articolo in cui ho parlato di questo!)

Se devo però essere del tutto sincera, non posso omettere qualche problema strutturale: ci sono stati infatti dei cedimenti che hanno portato a delle pendenze irregolari nelle terrazze, uniti ad una prevedibile condizione di umidità generalizzata dell’edificio.


Un pensiero per finire in bellezza

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Frank Lloyd Wright, Prospettiva di Casa Kaufmann.

Malgrado le problematiche legate alla natura di pioniere dell’architettura del progettista, non si può negare che si tratti di una costruzione unica nel suo genere e affascinante da morire.

In conclusione, vi dirò infatti che secondo me Wright, seppure lontano dalla cultura europea, è uno dei maestri del Novecento che ha più da insegnare ancora oggi, beffandosi tutto il tempo che è passato. Se i concetti di purezza e geometria del Movimento Moderno ci hanno stancato, insieme all’uso smodato del cemento armato e dei sistemi a telaio regolare, il suo approccio non passerà mai di moda.

Dopotutto se guardiamo i paesini di cui è costellata la nostra bella Italia, sia al mare che in montagna, quello che li rende unici è suggestivi è esattamente quello che questo strambo architetto americano ricercava. La bellezza delle case in pietra delle Alpi è data dal colore delle pietre locali e dalla loro struttura che sembra integrare la roccia, così come la calce e i laterizi delle colline ricordano le tinte della terra fertile e argillosa. Allo stesso modo, i palazzi storici di molte città di mare sembrano realizzati nella sabbia.

Vi invito a girare nei vostri luoghi del cuore e a cercare questi legami con il territorio, anche se ormai sono più difficili da vedere in certi casi, data l’immensa quantità di scadente architettura che trionfa ormai nei nostri paesaggi.

Frank Lloyd Wright ancora oggi ci invita a riflettere e a guardarci intorno, per mettere in dubbio sia quello che abbiamo fatto sia quello che avremmo intenzione di fare. Saremo capaci a tornare ad un’architettura più “organica”, ovvero più vicina ai territori e integrata nel paesaggio? Solo in questo modo riusciremo davvero a tutelare il nostro patrimonio.

Mi piacerebbe essere sicura della risposta, o per lo meno vorrei essere più speranzosa, ma credo proprio che sarà una difficile scommessa sul futuro.

 

Andy Warhol e Keith Haring: due volti dell’arte americana

 

Pensando agli Stati Uniti del dopoguerra, degli anni Cinquanta e Sessanta per intenderci, a voi cosa viene in mente per prima cosa?

A me saltano agli occhi le stampe di Andy Warhol, nonostante la superficialità apparente, perché a loro modo sono lo specchio della società in cui si inseriscono, di quell’America che si vede nei film.

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Si può parlare di arte se si pensa alla Pop Art?

Domanda difficile, ma per me la risposta è sì. Come ho già cercato di raccontarvi (ve lo siete perso? Ecco il link: Perché dopo il 1945 l’arte abbandona l’Europa?), dopo il 1945 qualcosa della magia dell’arte si incrina e si corrompe, così gli artisti non possono più permettersi di vivere nel loro bozzolo dorato fatto di idee astratte.

E Warhol, padre ed emblema della Pop Art, per me è il primo esempio di questo cambiamento inesorabile e irreversibile. Scende a patti con il mondo e diventa il testimonial di quello che è il suo innovativo e provocatorio modo di fare arte: sfruttare la società contemporanea in cui la comunicazione di massa rivoluziona i pensieri di tutto il pianeta.

Ritrae le grandi icone, le utopie e i miti del sogno americano, trasformandole senza grande sforzo in anonime copie tutte uguali, destinate a perdere la loro identità. Rappresenta e critica silenziosamente l’universo patinato di cui allo stesso tempo è indubbiamente un protagonista.

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Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans.

 

Chi invece riesce a seguire queste premesse e condurle in tutt’altra direzione è un altro artista, uno dei geniali e maledetti artisti morti giovani per cui ho un debole, Keith Haring.

Dove conduce il pensiero di Keith Haring?

La grande differenza con Warhol, il passo avanti se vogliamo definirlo così, è il cambio di scenario. Haring non è il personaggio che cerca le copertine delle riviste, che rappresenta il mondo glamour e che si fa avanti sui social media, ma piuttosto è il ragazzo che si fa arrestare perché non riesce proprio a non dipingere sui muri.

Si tratta di un artista che non riesce a risparmiarsi o a pianificare la fama e il successo. Al contrario, è uno che vive intensamente, che si butta a capofitto nei graffiti e nello scompiglio della New York di quegli anni disastrati e magici allo stesso tempo.

E tutta questa libertà, insieme agli eccessi di cui si nutre, viene pagata a caro prezzo: nel 1990 (poco prima che io nascessi, accidenti!) muore a trentun’anni di AIDS. Eppure è questa stessa intensità che ha dato a Keith Haring una così grande importanza.

In effetti il suo merito non è soltanto quello di avere contribuito al rinnovamento del mondo dell’arte e al riconoscimento del valore dei graffiti, ma è anche quello di avere avuto un ruolo nella diffusione di tematiche sociali e culturali: ha partecipato alla lotta all’HIV, ai movimenti per la pace e per i diritti degli omosessuali e al desiderio di rinascita dei quartieri degradati della città, per citarne alcuni.

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Keith Haring sui diritti gay.
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Keith Haring, graffito sul muro di Berlino.
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Keith Haring sul tema dell’AIDS.

Insomma, più ci penso e più mi convinco ddi una cosa: Keith Haring ha sfruttato il linguaggio popolare e leggero della Pop Art per diffondere idee e pensieri più profondi e delicati. Non siete d’accordo con me?

Di sicuro era in sintonia con il maestro da imitare, come dimostrano questa foto e quest’opera:

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Keith Haring e Andy Warhol.
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Keith Haring, Andy Mouse (ovvero la fusione tra Mickey Mouse a Andy Warhol!).

 

In conclusione, mi scuso per l’eccessiva sintesi, ma questi giorni sono piuttosto caotici! Prometto che dopo Natale mi rifarò 😉

Perché dopo il 1945 l’arte abbandona l’Europa?

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Edward Hopper, Rooms for tourists (1945)

La fine della seconda guerra mondiale è un momento cruciale sotto molti punti di vista: sicuramente per la storia e per la politica, ma anche per il mondo dell’arte.

Saranno stati gli intellettuali fuggiti in America dall’Europa della guerra e dei totalitarismi, oppure la crescita economica sfrenata, però il punto è che l’immortale Parigi cede il suo scettro di musa a New York, mentre gli Stati Uniti diventano il fulcro della cultura mondiale.

Oltre allo spostamento geografico, sono convinta che i fatti tragici e sconvolgenti che hanno attraversato il pianeta nella prima metà del Novecento arrivino a portare un radicale cambiamento nella figura dell’artista in generale.

In effetti l’aura di purezza che aveva caratterizzato il periodo precedente si corrompe (su questo periodo, vi invito a leggere questo articolo: Ad ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà), la solennità si incrina e gli artisti vengono scacciati dal piedistallo fatto di teorie e sogni che si sono costruiti. Non sono più i sacerdoti e i profeti in quella che Baudelaire chiamava una foresta di simboli, ma il vento del cambiamento li rigetta in un mondo che vive un momento di caos e una crisi dei vecchi valori.


 

E quindi cosa rimane a noi poveri posteri?

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Andy Warhol, collage.

Se vogliamo comprendere quello che succede dopo le gloriose Avanguardie (che tanto amo), dobbiamo tenere conto che una grande caratteristica della contemporaneità è il cambiamento dello scopo dell’arte, che da ricerca dell’essenziale diventa in molti casi denuncia: si passa dal mondo delle idee alla concretezza, per così dire.

Gli uomini hanno imparato a loro spese che non esiste una verità assoluta e che forse le cose che succedono non hanno sempre senso. In un periodo storico in cui la comunicazione di massa assume sempre maggiore rilevanza, i grandi artisti si accorgono del potere che possiedono, dell’influenza che possono avere sul numero sempre più ampio di persone che li seguono e vedono le loro opere.

Così, uno come Andy Warhol diventa il simbolo di questi tempi che stanno cambiando, con le sue opere che celebrano e denunciano la superficialità degli anni in cui vive. E a dirla tutta uno dei suoi più celebri aforismi risulta quasi essere profetico, se pensato in riferimento all’epoca social in cui siamo immersi. A quale frase mi riferisco? Scommetto che avrete tutti indovinato:

“Nel futuro ognuno sarà famoso per 15 minuti.”


 

In conclusione, vi posso dire che nei prossimi giorni mi piacerebbe continuare a parlare di questo, della Pop Art ma non soltanto, e spero proprio di essere riuscita ad incuriosirvi almeno un po’ 😉

 

Quando la natura diventa protagonista: il Gruppo dei Sette e la bellezza dei paesaggi canadesi

Riuscite ad immaginare una terra fredda e aspra che per molti mesi all’anno si ricopre di una coltre di ghiaccio ma che, per un breve periodo, si arricchisce di una gamma di colori impossibili da vedere altrove?

LawrenHarris-Algoma-Hill-1920Ecco, il Canada deve essere così. Io ho un debole per il nord del mondo, amo la sua luce così come mi incantano le sue forme: sono stregata dalle insenature, dalle rocce e dagli specchi d’acqua che sembrano riflettere qualcosa di profondissimo.

Quando mi sono casualmente imbattuta (grazie papà, grazie Art Blart) nelle opere di un insieme di pittori canadesi di inizio Novecento, il cosiddetto Gruppo dei Sette, ho sentito forte il richiamo di questi luoghi, vedendone catturato il loro spirito.

Il gruppo dei Sette

Tutto inizia circa così, per farla molto veloce: una sera del 1913 il pittore canadese Lawren Harris invita altri sei colleghi (J.E.H. MacDonald, Arthur Lismer, F.H. Varley, Frank Carmichael e Frank Johnston, che abbandonerà la prima sera)  a casa sua, per parlare di un futuro comune all’insegna dell’arte. Nasce quindi il Gruppo dei Sette, a cui si aggiunge presto Tom Thomson, un gruppo che organizza delle esposizioni e che lavora unito per rappresentare la natura artica (e pre-artica) in tutte le sue sfumature.

Questa loro ricerca secondo me diventa molto interessante. In effetti, se ci pensiamo bene, il tema del paesaggio nell’Europa del XX secolo diventa un po’ secondario, e in ogni caso subisce  una radicale trasformazione: la natura, grande e imperitura musa, nella mente dei concettuali artisti nostrani viene elaborata e sintetizzata al punto da perdere le sue caratteristiche, le sue particolarità ed ogni pretesa di realismo.

Qui in Canada invece quello che riusciamo a vedere è proprio il mondo glaciale, freddo e a suo modo colorato di una terra ricca di fascino. La ricerca pittorica prende un’altra piega, una strada che avevano aperto i romantici americani e che non perde di freschezza.

Detto questo, se volete saperne di più sul Gruppo dei Sette ecco il link alla pagina di Wikipedia e del blog Art Blart, io darò la precedenza ai quadri di alcuni di loro, quelli che più mi hanno impressionato.

Franklin Carlmichael
F. Carlmichael, Mirror lake.
F. Carlmichael, Mirror lake.

Per primo, mostro questo quadro che trovo bellissimo. Carmichael mi piace molto soprattutto per la composizione elegante dei quadri e per l’uso raffinato del colore e della composizione. Non trovate anche voi che esprima una grande armonia?


Tom Thomson
T. Thomson, the jack pine.
T. Thomson, the jack pine.

Nei quadri e nelle pennellate di Thomson vedo la cultura americana, quella dei pionieri e di altri artisti come George Bellows (ve ne ricordate? Ne ho parlato qui: Edward Hopper e George Bellows: le luci e le ombre degli Stati Uniti), seppure in un contesto diverso.

Riuscite a sentire l’atmosfera dei racconti di Jack London? Io sì, anche se questi quadri fortunatamente ci risparmiano l’impressione del vero gelo invernale, in favore di stagioni relativamente più miti!


Lawren Harris
L. Harris, Larici e montagna blu.
L. Harris, Larici e montagna blu.

Harris, il fondatore, mi piace proprio. Tra tutti è il più vicino al linguaggio ed alla cultura europea, lo si percepisce guardando i colori e soprattutto le forme stilizzate di alcuni paesaggi, che dimostrano contaminazioni quasi futuriste senza mai snaturare o alterare troppo il paesaggio che funge da ispirazione.


John E. H. MacDonald
J. E. H. Macdonald, Lake O'Hara and Cathedral Mountain
J. E. H. Macdonald, Lake O’Hara and Cathedral Mountain

Di Macdonald amo i colori, che presentano moltissime sfumature e vengono affiancati in maniera davvero gradevole e azzeccata. Ogni opera ha la sua precisa atmosfera, unica e diversa dalle altre, che ci permette di entrare in un frammento di questo mondo.


Frederick H. Varley
F. H. Varley, clima tempestoso.
F. H. Varley, clima tempestoso.

Per ultimo, cito Varley perché trovo incredibilmente bello questo quadro, Clima tempestoso: mi sembra di sentire il freddo del vento, insieme al rumore del mare, alla salsedine e al calore malato del sole temporalesco. Mi ricorda pomeriggi irlandesi (Sligo Bay, come direi a mia sorella) oppure temporali norvegesi, quindi non riesco proprio a non emozionarmi.

F. Horsman, The cloud red mountain.
F. H. Varley, The cloud red mountain.

Che dire per concludere, se non che a guardare questi quadri mi viene una grandissima voglia di partire? Spero di avere fatto venire la stessa voglia anche a voi 🙂

1955: Gli Stati Uniti in bilico tra due mondi, catturati nelle fotografie di Robert Frank

1984-493-57_robert frank Anche se quello della fotografia in genere non è il mio mondo, quando l’altro giorno ho conosciuto per puro caso il progetto fotografico “The Americans” di Robert Frank ho capito che non ci sarebbe potuto essere stato un modo migliore per concludere questo ciclo di articoli dedicati agli Stati Uniti.

Nel 1955  la Fondazione Guggenheim di New York dona al fotografo svizzero Robert Frank una borsa di studio, che lui utilizza nei due anni successivi per girare il Nord America in lungo e in largo e ritrarlo attraverso migliaia di scatti. Non saprei dire se sia stato un grande successo, effettivamente forse i Newyorkesi forse si aspettano di vivere in un Paese più patinato e scintillante, ma sta di fatto che una selezione di queste immagini nel 1958 va a comporre il libro Les Américains, pubblicato inizialmente a Parigi e poi anche nel nuovo continente.

Le fotografie ci conducono in un mondo inesplorato dove tutti i contrasti citati negli scorsi articoli sembrano addirittura amplificarsi, emergendo più che mai. Viene fuori tutta la vastità di questa terra sconfinata, composta da innumerevoli realtà e molteplici culture e tradizioni. 

Robert Frank, Parade - Hoboken, New Jersey.
Robert Frank, Parade – Hoboken, New Jersey.
Robert Frank, Trolley- New Orléans.
Robert Frank, Trolley- New Orléans.
Robert Frank, car accident - Arizona.
Robert Frank, car accident – Arizona.

Guardandole, ci si dimentica quasi che siamo nella Super-America del 1955, invincibile dopo la seconda guerra mondiale. Per capirci, sono gli anni in cui Mies Van Der Rohe progetta il Seagram Building (il grattacielo newyorkese dalla purezza insuperabile, realizzato il 1958), Andy Warhol è già laureato e operativo, Jack Kerouac è in giro sulla strada e Audrey Hepburn ha già vinto un oscar.

Eppure così poco della nostra idea di cultura a stelle e strisce compare nelle fotografie di Robert Frank, sottolineando come esistano differenti Stati, accomunati soltanto dal termine “uniti”. Questa è la grande bellezza delle foto che voglio condividere, per assaporare il fascino insolito di quel vastissimo mondo che sono gli USA, che anche oggi per metà ci ammalia e per metà ci annoia a causa dell’atmosfera superficiale e leggera che ci arriva attraverso i film e le serie televisive.

Questa America è il punto di partenza per il mondo contemporaneo che forse conosciamo meglio, che assume le sembianze delle immagini commercialissime di Warhol e la voce della Beat Generation. “The Americans” rappresenta secondo me il punto di svolta tra due fasi diversissime della cultura statunitense, che sta al passo con il mondo che cambia e si allontana sempre di più dall’immaginario dei pionieri da cui sono partita un paio di settimane fa (sperando di non avervi annoiati!), che ormai è solo un vago ricordo, presente eppure sbiadito.

Per chi fosse interessato agli altri articoli sul tema “America oltre la linea d’ombra”, ecco i link: Edward Hopper e George Bellows: le luci e le ombre degli Stati UnitiChicago, tra grattacieli, expo e case nella prateria: le cose che chi sogna l’America deve conoscere – L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. ChurchTra pionieri, anni ruggenti e grande depressione: gli USA oltre la linea d’ombra.

Edward Hopper e George Bellows: le luci e le ombre degli Stati Uniti

A17238.jpgDopo le burrascose esplorazioni dei cowboys e dei cercatori d’oro, l’America selvaggia dei pionieri lascia il posto alle città, ai gangsters e, ancora di più, all’industria che renderà il giovane Paese una potenza economica e instabile, destinata a collassare nell’ottobre del 1929.

Nel panorama artistico di questi anni esistono due figure che hanno molto in comune e che sono riuscite a fornire un incredibile ed intensissimo ritratto della società in cui vivono, intrisa di fascino e contraddizioni, al di sotto dell’aspetto patinato. Mi riferisco a Edward Hopper e George Bellows, nati nello stesso anno, vissuti a New York e studenti presso lo stesso maestro di pittura, Robert Henri. Hanno quindi respirato la stessa aria e sicuramente si sono ispirati a vicenda, anche spesso il secondo è meno noto, probabilmente perché è un altro della tristemente folta schiera degli artisti morti giovani.

In ogni caso, non voglio vedere le analogie tra loro, ma al contrario mi interessa la ricerca che entrambi hanno svolto a livello sociale e personale nella vita di questi anni, seguendo diversi temi che hanno condotto in diverse direzioni, seppure paragonabili.

George Bellows e l’invasione dell’industria
George Bellows, winter afternoon.
George Bellows, winter afternoon.

Il mondo attraverso gli occhi di George Bellows è diviso tra la luce, espressa nella purezza azzurrina della neve sui paesaggi naturali, e il buio, dove si affollano le fabbriche e i volume della città, separati da una linea d’ombra insuperabile e nettissima.

Nei suoi lavori cerca proprio di enfatizzare questo contrasto, giocando con i raggi del sole e le tenebre che divorano gran parte della tela. Questa attenzione mi fa venire in mente la ricerca compiuta nell’età moderna, partita dal tonalismo veneto ed esplosa con Caravaggio. Se si guardano le figure dei pugili (nel quadro riportato) socchiudendo gli occhi, c’è poi una grande differenza compositiva e tonale con i soggetti religiosi seicenteschi di Guido Reni o Guercino? Perdonate l’opinione ardita, ma non sono capace di trattenerla!

George Bellows, Dempsey and Firpo.
George Bellows, Dempsey and Firpo.
Edward Hopper e la solitudine dell’uomo contemporaneo

Edward Hopper è un grande maestro, credo che vi siate già accorti del debole che nutro per lui (ne ho già parlato in questo articolo, in un confronto con Felice Casorati, per chi fosse curioso), quindi più che dilungarmi inutilmente voglio mostrare alcune delle sue opere che non hanno bisogno di essere affiancate da commenti. Se Bellows si ostina ad indagare all’esterno, quella di Hopper è una ricerca introspettiva e viscerale, che continua a comunicare nonostante il tempo che passa.

Edward Hopper, summer evening.
Edward Hopper, summer evening.

Mi ricorda che l’arte ha valore proprio perché è universale e ha il potere di raccontare un’epoca, di trasmettere le emozioni meglio delle parole. Quindi mi limito a lasciarmi trasportare nell’atmosfera che mi ricorda i vecchi film in bianco e nero, ma che si differenzia proprio per la bellezza del colore.