Due anni oltre la Sottile Linea d’Ombra

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Anche se è praticamente impossibile che ve ne siate resi conto, La vostra Sottile Linea d’Ombra oggi compie ben due anni dal primo post: 731 giorni, 164 articoli pubblicati e più di centocinquantamila visite! 🙂

La cosa incredibile è che dopo tutto questo tempo curare il blog mi dà ancora soddisfazioni (forse anche di più rispetto all’inizio) e non credo sia una cosa da poco, non è vero?

Sono stati due anni in cui mi sono impegnata molto per costruire la mia strada oltre la famigerata linea d’ombra, ovvero nella mia nuova fase da persona adulta, un percorso professionale che mi soddisfa e che viaggia in direzione diversa ma spero non incompatibile con il piccolo ma gradevolissimo sentiero è che questo blog, un angolo del web in cui racconto le cose che più mi appassionano e mi affascinano del mondo.

È quindi doveroso ringraziare tutti voi che con le vostre visite, con i commenti e con le condivisioni avete dato ossigeno al mio progetto e ogni giorno contribuite alla mia soddisfazione e soprattutto al mio buon umore.

Ecco, non credo che una misera frase di ringraziamento possa bastare, quindi vi chiedo gentilmente 2 minuti del vostro tempo per sentire la vostra voce: vorrei sapere quello che più vi piace per regalare a voi e a me un nuovo anno possibilmente ancora più interessante di quelli appena trascorsi. 😉

Siete voi che date uno scopo alle ore che perdo; lo tengo sempre a mente e per questo mi domando che cosa amiate maggiormente di quello che scrivo, se siate più affascinati dalla pittura, dall’architettura o dalle città. Sono curiosa da matti anche se spesso non riesco a ricambiare l’attenzione che meritate, ma purtroppo (e per fortuna) non ho tutto il tempo libero che a volte sogno.

Per rimediare, ecco quindi un piccolo sondaggio tutto per voi: 10 brevi domande, nemmeno tutte obbligatorie, per scoprire la vostra sincera opinione su La Sottile Linea d’Ombra!

 

Compilato? Spero che sia stato anche un po’ divertente!

Per concludere, vi ringrazio ancora una volta e mi permetto di augurare a me stessa altri innumerevoli giorni entusiasmanti come questi e ricchi di incontri e conoscenze 😉

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Chi non muore (fortunatamente) si rivede

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Miei cari amici, sono tornata!

Se siete abituati a passare ogni tanto da queste parti per una visita, vi sarete sicuramente accorti che manco da un po’. Vi chiedo scusa se avete sperato invano di leggere qualcosa di nuovo, ma di questi tempi ho avuto un po’ troppe cose per la testa (malefiche faccende da adulti!), tanto da sospendere per un po’ l’amena attività da blogger.

Eppure mi è mancato molto tutto questo, ci credete?

Mi siete mancati voi e mi è mancata la mia migliore scusa per pensare all’arte e alla bellezza. Quest’angolino di web è diventato importante, giorno dopo giorno, non so se immaginate che tristezza sia doverlo trascurare! Ma ora sono di nuovo qui: ho in mente qualche novità e tante belle cose da raccontarvi, quindi vi invito a non perdere i prossimi articoli. Intanto colgo l’occasione per ringraziarvi se, nonostante la mia assenza, voi siete ancora qui.


E se invece vi chiedete il significato della fotografia che ho scelto per oggi, vi posso dire che fa parte del minivideo che ho prodotto (vincendo un bel po’ di timidezza) per pubblicizzare la mostra “Facce da Blogger” che si terrà tra maggio e giugno a Rivarolo Canavese (TO) presso la Galleria Areacreativa42

Se sarete di passaggio, consideratevi tutti invitati a vedere un po’ di ritratti di blogger sparsi per l’Italia, ripresi dalla bravissima fotografa Elena Datrino. Tra gli altri troverete anche il mio, realizzato lo scorso anno all’Affordable Art Fair di Milano, visibile qui: Affordable Art Fair Milano: giornata surreale in un clima molto pop o qui: La mia faccia da blogger.

Vi aggiornerò al più presto per altri dettagli e forse avrò anche il coraggio di pubblicare il mio minivideo. Nel frattempo, a presto a ancora grazie di tutto 🙂

La classifica dei quadri del cuore

quadri-classifica-mixTutti i quadri hanno una storia e ad alcuni si sommano anche le vicende di chi li osserva stupito, per la prima o per la centesima volta. Ed è a questo punto che diventano davvero speciali e unici, la rappresentazione di qualcosa che va oltre al soggetto e alla tela.

Credo che questo loro potere sia ciò che ci riesce ad emozionare ogni volta che li vediamo. Insieme alla perfezione della tecnica e al loro fascino, fanno riaffiorare vecchi pensieri e ricordi destinati a rimanere collegati e a non sbiadire.

Succede anche a voi? Se penso a me, non ho alcun dubbio: mi vengono in mente subito alcuni dipinti che non smetterò mai di amare.


#1 Andrea Mantegna, San Sebastiano e #2 Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

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Il San Sebastiano di Mantegna è per me l’emblema del Rinascimento. Emerge tutto l’orgoglio dello studio dei classici e questo santo (che più che un santo ricorda una statua romana o greca) si staglia immobile e candido come la colonna di un tempio. Al Louvre, nella Galleria Italiana, si può rimirare quasi subito sulla sinistra, serissimo e commovente.

Leonardo, invece, è stato in generale uno dei miei miti sin dall’infanzia. Per prima cosa era mancino come me, e per seconda era una mente geniale e mai ferma, assidua ricercatrice in molti ambiti del sapere. Tra tutti, era lui il mio idolo, forse anche per “colpa” di un libretto su di lui che mi aveva comprato mia madre quando facevo le elementari e per cui dovrei ancora ringraziarla.

Anche se magari non si direbbe, il mio amore per l’arte è partito dall’ammirazione per il Medioevo e per il Rinascimento, in assoluto i miei periodi preferiti per tutti gli anni del liceo.

Sono stata quattro volte al Louvre, ma la sensazione che ho provato nella Galleria Italiana non è mai cambiata. E per me, in particolare, questi due quadri rappresentano la visita di quell’ambiente straordinario, tutta la bellezza e la fierezza, nonostante tutto, di appartenere ad un popolo come il nostro, sempre inguaiato ma anche per questo tanto geniale.


#3 Michelangelo Merisi (Caravaggio), La cattura di Cristo

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Dublino, 2008. Due ragazze stufe della pioggia si rifugiano alla National Gallery, un po’ per curiosità e un po’ perchè l’ingresso è gratuito.

Quelle due eravamo mia sorella ed io, reduci da due settimane di vagabondaggio con lo zaino in spalla ed il bancomat che non funzionava più da giorni. In mezzo a opere decisamente meno notevoli, ricordo come se fosse oggi il momento in cui, da una stanza all’altra, abbiamo intravisto questo quadro di Caravaggio che divorava e annientava gli altri.

Ci siamo fermate lì davanti per una mezzora, chiacchierando persino con una guardia del museo che ci ha visto così emozionate. Ma come potevamo non esserlo, con quel gioco di luci e la perfezione espressiva dei volti?  Quello che non sapete ancora è che al tempo la mia accompagnatrice non era affatto un’appassionata d’arte. Beh, vi dirò che quel quadro ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno sperduto abbiamo inseguito insieme Caravaggio a Milano e per tutta Roma, ripromettendoci che prima o poi avremmo visto ogni sua opera.

In pratica, per me la Cattura di Cristo è la testimonianza imperitura dell’incredibile potere dell’arte, del suo effetto quando non ha bisogno di troppe spiegazioni.


#4 J. M. W. Turner, Venezia

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Le opere di Turner hanno cambiato la mia idea di acquerello. Forse hanno allargato anche la mia immagine del primo Ottocento, perché in mezzo alle accademie e all’eclettismo ho scoperto che c’è stato lo spazio anche per una disarmante modernità.

Oltre a questo devo ammettere che ho trascorso i miei ben diciotto anni di scuola disegnando continuamente, partendo da foglietti nelle tasche del grembiule per arrivare agli album da acquerello Moleskine. Bene, come vi ho già raccontato, Turner mi ha fatto compagnia con i suoi lavori per almeno due anni del liceo. (Ne ho parlato qui: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner)

Posso dire di avere imparato a dipingere decentemente ad acquerello da questo maestro straordinario!


#5 Egon Schiele, Autoritratto

Egon_Schiele Self-Portrait

Come sapranno i lettori più assidui, Egon Schiele è forse l’artista che riesce maggiormente a commuovermi.

Il bello è che la sua scoperta da parte mia è stata quasi casuale. Questo perché le riproduzioni  dei libri non si avvicinano alla incredibile bellezza delle sue opere.

Sono dovuta capitare a Vienna, sempre insieme alla mia adorata sorella (2011 questa volta!), per ammirare al Leopold Museum dei suoi capolavori che mi hanno a dir poco stregato. Ammirare dal vivo la purezza del suo tratto e la nettezza delle sue linee è un’emozione che consiglio a tutti di provare.

Anche a distanza di anni, in occasione di altri due incontri con questo inusuale maestro, vi dirò che non ho avuto modo di cambiare idea!

Questo autoritratto poi ha avuto il merito di aprire una nuova fase nella mia carriera di acquerellista dilettante: vedete i colori forti e contrastati che fanno da protagonisti sul volto? Ecco, copiando Schiele e le sue tinte ho imparato qualcosa di nuovo e meraviglioso.


#6 Edward Hopper, Nottambuli

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

Tra tutte, questa è la mia scelta più romantica. Il momento in cui ho capito che avrei potuto davvero amare il ragazzo che mi ha portato a Parigi dopo tre mesi che uscivamo insieme è stato quello in cui mi ha fatto notare il manifesto di una mostra di Edward Hopper al Petit Palais e ha sopportato con me tre ore di coda per entrarci, nel gelo più totale di una sera di inizio novembre (2012).

Il bello è che non era un grande appassionato d’arte, eppure di fronte ai Nottambuli ci siamo emozionati allo stesso modo. E questo è esattamente quello che io intendo quando insisto nel dire che alcuni quadri possiedono un’anima. 

Il lieto fine è che da quel momento le mostre d’arte sono diventate una consuetudine per entrambi e che lui è tornato a casa con il poster di questo quadro ben riposto nel borsone.


Dopo quest’ultimo aneddoto direi che posso concludere, anche se so che avrò sicuramente dimenticato moltissime opere. Però allo stesso tempo mi chiedo: anche voi vi emozionate davanti ai quadri? Quali sono quelli nella vostra classifica del cuore? Chissà se ne abbiamo qualcuno in comune!

365 giorni oltre la Sottile Linea d’Ombra

Keith Haring, Heart
Keith Haring, heart.

È proprio vero che il tempo vola quando ci si diverte!

Tra vari imprevisti e innumerevoli ore notturne passate al computer, la Sottile Linea d’Ombra compie un anno, ci credete? 365 giorni, 115 articoli pubblicati e quasi sessantamila visite.

Vi confesso che non ero sicura che sarei mai arrivata a questo traguardo. Forse non immaginavo una tale costanza da parte mia (diciamo che tendo a stufarmi facilmente) e sicuramente non pensavo di incontrare così tante persone interessate alle sciocchezze che ho da dire.

Invece ho scoperto un nuovo mondo e per questo vi ringrazio tutti. Ho imparato che esiste un aspetto magico di internet, quel suo potere di avvicinare e di fare incontrare persone magari distantissime. La grandezza della rete forse è la anche possibilità di arrivare a chi ha qualcosa in comune con noi, di confrontarsi e, perché no, di incuriosire con le piccole pillole di saggezza che possiamo reciprocamente condividere.

Scrivere un blog è un’esperienza che mi sta arricchendo e che probabilmente mi sta aiutando ad essere sempre più convinta delle mie idee e dei miei progetti, anche se poi alla fine parlo poco di me, lasciando nei miei articoli il ruolo di protagonista a chi lo merita di più.

Spero che non finirò per annoiarvi e di nuovo vorrei ringraziare tutte le persone che leggono spesso quello scrivo, quelle che ci capitano per caso, chi sceglie il confronto con i commenti e chi mi aiuta nel mio progetto condividendo quello che più gli piace.

Siete voi che date uno scopo alle ore che perdo; lo tengo sempre a mente e per questo mi chiedo che cosa amiate maggiormente di quello che scrivo, se siate più affascinati dalla pittura, dall’architettura o dalle città. Sono curiosa da matti anche se spesso non riesco a ricambiare l’attenzione che meritate, ma purtroppo (e per fortuna) non ho tutto il tempo libero che a volte sogno.

Quindi, per concludere, vi ringrazio ancora una volta e mi permetto di augurare a me stessa altri 365 giorni entusiasmanti come questi e ricchi di incontri e conoscenze 😉

L’importanza dei buoni propositi

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A voi cosa fa venire in mente l’inizio dell’anno nuovo? Oltre alla Befana e ai saldi, l’inizio di gennaio si porta dietro la corsa ai buoni propositi: fare più sport o vivere in maniera più sana per alcuni, vedere tante mostre, viaggiare molto e migliorare il blog nel mio caso.

Sapete che vi dico? È solo il 7 di gennaio e io ho già fallito con uno dei punti della mia lista! Avevo infatti pianificato di occuparmi della Sottile Linea d’Ombra  in questo periodo di relax, con lo scopo di preparare in anticipo un po’ di articoli, di fare una specie di calendario editoriale (cosa che in giro dicono sia molto importante) e di pensare a nuovi argomenti. Volevo portarmi avanti, insomma.

Invece non ho fatto nulla di tutto ciò, proprio niente di niente! Non ho scritto e non ho pianificato, un po’ come i miei familiari che sono insegnanti e aspettano sempre l’ultimo giorno di vacanze per correggere i compiti. Il fatto è che ormai ho superato la linea d’ombra della giovinezza e sono ben consapevole del fatto che il tempo non è infinito, così ho scelto di stare con le persone che per me sono importanti. (Su questo tema ci sarebbe di più da dire, quindi segnalo un altro vecchio articolo: In quale momento vi siete accorti di essere cresciuti?)

Sono stata con la mia famiglia, tra cene a base di tartufo e altre amenità culinarie, con gli amici e con il mio innamorato, con cui inevitabilmente siamo finiti a pianificare le prossime vacanze.


Riflettendoci, credo proprio che una cosa divertente dei buoni propositi sia il loro non mantenimento, quando si riesce a fare qualcosa di meglio. Questo perché non è la fine del mondo se non ho pronti 10 articoli da pubblicare, vorrà dire che andrò avanti come sempre, cercando l’ispirazione giorno per giorno. Dopotutto non è così che dovrebbe funzionare un blog?

E a voi che avete il buon cuore e la curiosità di leggere quello che scrivo prometto che continuerete a trovare le mie solite storie frammentate e inventate nei momenti più assurdi, perché per adesso questo è il massimo che io riesco a dare senza perdere qualcosa della mia vita. Questo è quello che posso e che allo stesso tempo ho sempre voglia di dare, perché la Sottile Linea d’Ombra è una delle mie cose preferite e sapere che a qualcuno piace per me è sempre un onore ed uno stimolo.

Quindi, miei cari, si riparte dal prossimo articolo con tutto quello che il 2016 si porterà dietro, e che i buoni propositi se ne vadano a quel paese.

Per finire, anche se sono già in ritardo, porgo a tutti i miei migliori auguri per un nuovo anno ricco di serenità e di gioia, ma soprattutto di occasioni da cogliere e di curiosità da saziare. 🙂

La tempesta sta arrivando: storia di una fotografia

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Quando ho scelto di aprire questo blog non ho avuto il minimo dubbio sull’immagine che avrei scelto come simbolo, come personificazione di quella che per me è la sottile linea d’ombra.

Eppure non rappresenta niente di ciò di cui parlo, non è né arte né architettura. È un paesaggio fatto di oceano e cielo che mi fa intravedere quell’intensità che riescono ad avere i temporali al nord. 

Sono passati poco più di quattro anni ormai da quando mia sorella ed io abbiamo avuto la brillante idea di campeggiare sopra il circolo polare artico e per la precisione sulle norvegesi isole Lofoten, un angolo di paradiso sperduto nel nostro povero mondo. Quello riportato nella foto è stato il panorama che ci ha dato il benvenuto la prima sera sull’arcipelago, un’enorme nuvola carica di pioggia che velocissima si è divorata il cielo fino a un attimo prima azzurrissimo. 

A parte la sua storia che ha valore soltanto per noi due, quello che mi incanta di questo scatto è la netta divisione tra la luce e la tenebra. Ma perché sceglierla come simbolo?

Non si tratta soltanto di una questione di gusto o di estetica: per me il confine tra le nubi e il sereno simboleggia niente meno che la sottile linea d’ombra, il tuffo nel buio, nell’ignoto e nel difficile, quel salto che porterà ad un cielo più sereno, che permetterà di vedere il mondo con occhi più nuovi e più consapevoli. 

Mi ricorda che non siamo su questa terra per rovinare tutto, anche se sicuramente è la scelta più semplice: quello che dovremmo fare è prendere coscienza di ciò che nonostante tutto rende l’uomo grande e dargli spazio. Dovremmo riuscire a scegliere la bellezza, a superare la linea d’ombra costituita da tutte le immagini che ci vengono propinate ogni giorno e ad arrivare alla magia che regola le cose, a quello sprazzo di eternità che è visibile anche per mezzo dell’arte.

Mi sono allontanata dalla fotografia di cui avrei voluto parlare di più, ma in realtà mi sento ancora vicina, perché per me è il ricordo di un grande viaggio compiuto prima di tutto alla ricerca della bellezza. In conclusione, perdonate questo articolo un po’ sconclusionato; spero almeno di essere riuscita ad esprimere quello che ho in testa.

Il momento della partenza: finalmente è davvero estate!

viaggiare-mappa-mondoFinalmente mi rendo conto che è arrivata l’estate anche per me. Vi dirò che, nonostante il caldo assurdo e mortale, quest’anno non mi ero ancora resa conto di essere arrivata al 24 di luglio.

Sarà che non ci sono più esami da finire o scuole da dimenticare, però l’effetto è stato che non avevo ancora percepito il clima vacanziero e differente che solitamente mi fa capire che è estate, la stagione che per me è caratterizzata da persone che partono o che tornano a farsi vive.

In questi giorni mi sono spesso trovata sola a curare la casa, il gatto e l’orto (a cui per la precisione si sommano i due pesci dello studio), lontana dalle mie persone preferite, che si trovano dall’altra parte del mondo oppure a pochi chilometri, ma sono ugualmente irraggiungibili. Il bello è che in fondo la cosa non mi turba perché è un’abitudine estiva che ogni anno mi regala un po’ di libertà. Per di più ormai questa solitudine segreta sta per finire, visto che domani mattina sarò in partenza e lascerò tutte queste piccole incombenze a qualcun altro.

fuga a Budapest

Ebbene sì, finalmente mi levo da quest’afa schifosa per finire in una città che forse sarà ancora più calda ma che per lo meno è bellissima e piena di cose da vedere.

Budapest, la mia meta tra 24 ore.
Budapest, la mia meta tra 24 ore.

Per adesso mi accontento ancora di quattro giorni, ma la meta è una città che mi sta decisamente a cuore, mentre la compagnia sono i miei due amici di sempre, quelle persone che a volte non vedo per mesi ma che in realtà sono sempre vicine. Festeggeremo la fine degli studi universitari e ci tufferemo nell’atmosfera magica di Budapest, una gloriosa (seppure un po’ decadente) capitale che su di me esercita sempre un grande fascino.

Come non sarà difficile da immaginare per chi segue il blog, io ho un debole per la Mitteleuropa, uno spazio nel cuore del nostro vecchio continente che non mi stufo mai di esplorare. Mi piacciono molto sia l’architettura sia l’arte e sicuramente un giorno ve ne parlerò, anche se per adesso vi saluto e prometto che cercherò tutti gli spunti che questa città mi regalerà.

Spero di tornare a casa e raccontare qualcosa di curioso e stimolante su quella che per me è la capitale dai mille volti, quindi vi invito a non perdere i prossimi articoli! 😉

I musei e i loro piccoli visitatori: la prova di un antico amore e qualcosa in più

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Anno 1996: due bambine al Louvre, perse tra le antichità mediorientali. Per essere precisi, mia sorella (classicista da sempre) ed io (con il caratteristico taglio a caschetto).

L’amore per la bellezza non ha età ed è meraviglioso che sia così. Dopotutto la grandezza della nostra civiltà, quello che nel bene ci ha reso diversi dagli animali, è prima di tutto ciò che viene custodito nei musei, nelle biblioteche e nei siti archeologici. Non sono i vestiti e nemmeno il denaro, piuttosto è lo studio delle proporzioni e della natura, insieme al desiderio di essere ricordati e di ricordare chi ci ha preceduto, di esprimere quella parte della nostra anima che non si riesce a saziare con la caccia e con il cibo.

Sono fermamente convinta che anche oggi sia fondamentale conoscere la grandezza e la bellezza raggiunte dal genere umano, tanto più in un momento in cui la nostra specie non sta proprio dando il massimo, diciamocelo onestamente.

Oggi però il mio intento non è fare della polemica, ma riflettere sul fatto che non è mai troppo presto per immergersi nella cultura. Per di più i bambini sono abituati ad essere bombardati da ogni sorta di stimoli, quindi sono sicura che anche nei musei riescono ad orientarsi con una maggiore spontaneità rispetto agli adulti. Sanno muoversi con sicurezza ed inseguire ciò che interessa loro, osservandolo con cura maniacale.

La mia personalissima testimonianza

In queste foto, per fare un esempio, siamo rappresentate mia sorella ed io, all’età di rispettivamente otto e (quasi) sei anni, per la prima volta a Parigi. In tutta una serie di immagini che non pubblico io somigliavo ad uno zombi perché ero ammalata di tonsillite e il tempo era freddo, ma nei musei (e sulle giostre, ad essere sincera), la mia espressione cambiava radicalmente.

In quest’occasione abbiamo avuto l’occasione di visitare il Museo d’Orsay e il Louvre e si è potuto comprendere meglio che mai quanto arte e archeologia fossero per noi accattivanti e fonte di notevole interesse. (Diciamo che in queste foto sono già definite molte delle scelte compiute nei decenni successivi…)

La cultura a portata di bambino

Non ho scritto questo articolo soltanto per dimostrare quanto radicato sia il mio amore per l’arte, ma perché un tema che non andrebbe mai sottovalutato è la ricerca di percorsi paralleli che rendono i musei accessibili e affascinanti anche per i visitatori più piccini, visto che mi rendo conto che non tutti hanno dei genitori con le vacanze estive belle lunghe e la voglia di girare in lungo e in largo con bimbetti a carico.

Credo che una maggiore attenzione verso i bambini sia il primo passo da compiere per educare le nuove generazioni ad essere consapevoli e preparate di fronte al grandissimo patrimonio artistico e culturale italiano, senza il timore e i cattivi pensieri che caratterizzano i barbosissimi adulti.

Dal mio punto di vista, il motore di una ripresa economica sana e distribuita sul territorio potrebbe iniziare con questi piccoli gesti, eppure i musei italiani in linea di massima in questo settore non sono assolutamente all’avanguardia, con le dovute eccezioni (come la notte al museo che offre il Muse di Trento, per fare un esempio!). Ricordo di avere visto quasi con invidia alcuni anni fa al Leopold Museum di Vienna una guida che mimava l’albero danzante di Schiele e che portava in visita un bel gruppo di bambini ridacchianti e sereni, per non parlare di tutti i laboratori di cui sono munite numerose istituzioni museali estere.

Che dire, speriamo che prima o poi riusciremo, se non a metterci in pari, per lo meno a riconoscere l’importanza di queste politiche!

Quando il gioco si fa duro e Turner si rivela l’unica ancora di salvezza

J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.
J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.

L’argomento di oggi è un episodio di vita vissuta avvenuto esattamente un anno fa, quindi non me ne vogliate se dovessi perdermi oppure dilungarmi.

Premessa

Se la vita ti riserva una tesi sui club ottocenteschi di architettura londinesi e nonostante tutto ti vuoi laureare a luglio perché hai sempre un’inutile fretta matta, allora a maggio del quinto anno di università ti aspetta un tour de force a dir poco spossante nei bellissimi ed impegnativi archivi della capitale britannica.

Se poi hai la malattia di dover sempre ottimizzare il tempo, unita ad una vita in questo periodo piuttosto frenetica, allora ti tocca condensare due settimane in cinque giorni. Ed ecco spiegata la ragione del viaggio che, esattamente un anno fa, mi ha portata a studiare negli angoli più sconosciuti della città.

Le cinque giornate di Londra

Morale della favola, a causa della tesi sono partita per questa avventura solitaria munita di computer, macchina foto e ombrello, con tutte le prenotazioni possibili presso gli archivi che mi interessavano e dopo aver riempito tutte le associazioni di mail, così da ottenere la maggiore efficienza possibile.

Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.

Ho alloggiato in un ostello assurdo che al posto della reception aveva un pub dove si trasmettevano sport mai visti in televisione a qualunque ora del giorno e della notte, comodamente sistemata in una camera da nove.

Così, la mia routine è stata pressoché questa: levatacce per arrivare alla precisa ora di apertura dove mi serviva, mattinate a fotografare tutto il materiale disponibile senza sosta (circa 2000 foto in 4 giorni!) fino all’ora di chiusura (le 16!), tappa nella catena Pret-à-Manger per un dolcetto e un paio d’ore di lavoro al computer grazie alle prese e al wifi e cena al volo prima di tornare in ostello. Una volta là, ecco che mi aspettavano chiacchiere fino a tarda sera con compagni di stanza sconosciuti e poi, quando tutti si mettevano a dormire, ultimi controlli su cosa avrei fatto l’indomani.

Finalmente Turner, ovvero la salvezza

Credevo che sarei stata instancabile, invece a ventiquattr’ore dalla fine, quando era quasi fatta ma mi aspettavano ancora una tappa all’ostello nella bufera a prendere il trolley, il ritorno alla stazione Victoria, la ricerca di un pullman per Stansted e infine l’idea di una nottata in aeroporto (il mio volo era alle 8 del mattino successivo), mi sono fatta prendere dallo sconforto.

Ho capito subito di cosa avevo bisogno, così ho affrontato la tormenta ma la mia meta è stata una scappatina alla Tate Britain, giusto in tempo per sedermi un po’ di fronte a qualche capolavoro di Turner. (Sempre su questo artista, ecco un altro articolo: un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner) Tate Britain, internoMi sento in dovere di specificare che su di me i musei hanno un effetto estremamente rilassante e positivo, perché sono luoghi in cui mi sento completamente a mio agio, libera nel brusio delle sale, felice quando riconosco le opere che mi scaldano il cuore.

Confesso di essermi sentita raramente stanca come quel pomeriggio durante una visita, ma ricordo benissimo il sollievo nel momento in cui ho abbandonato la borsa pesantissima al deposito bagagli e mi sono messa a girare in un mondo che mi appartiene. Non saprei spiegarne razionalmente il motivo, ma posso garantire che i quadri di Turner hanno avuto il grandissimo potere di stregarmi, di permettermi di abbandonare la realtà in favore di una dimensione infinitamente più armonica e luminosa. Ho passato un sacco di tempo seduta tra una panca e l’altra, senza la mia solita energia ma finalmente in pace con il mondo.

Mi scuso se ho parlato troppo, ma in questo pomeriggio ho avuto ancora una volta la conferma di come le cose belle, le discipline che ci appassionano, siano un riparo ed un dolce rifugio nei momenti di sconforto e non soltanto nell’ambito di spensieratezza di una vacanza.

Nei miei anni da universitaria a Torino ho imparato che si possono frequentare i musei se si hanno un paio di ore libere tra una lezione e l’altra e che essere curiosi permette di scoprire angoli meravigliosi di città. I luoghi della cultura sono pubblici proprio perché appartengono a tutti non soltanto sulla carta ma anche nella realtà. Ci si può aggirare tra le sale di ogni galleria o museo senza sentirsi osservati o in imbarazzo, anzi dobbiamo pensare che in ognuno di questi spazi c’è un angolino tutto nostro che sarà sempre lì ad aspettarci.

Non è giusto vedere i monumenti che caratterizzano le nostre città come elementi estranei alla nostra vita: io credo che il segreto per imparare ad amare il posto in cui siamo sia in parte proprio la considerazione che abbiamo di ciò che è pubblico, che non deve essere visto solo come una spesa scomoda ma come una risorsa a disposizione di tutti. 

TO HAPPINESS. Sempre sulle Azzorre, ecco perché inseguire questo paradiso perduto

Arianna Senore, HortaUno strapiombo di 80 metri sul mare è sicuramente un’indicazione originale per la ricerca della felicità. Ma io non cercavo il suicidio quel giorno sull’isola di Faial, tutt’altro, questa foto con il mio zaino e la scritta sulla roccia è diventata una sorta di invito ad andare sempre più lontano, a non fermarmi al primo sentore di stanchezza. Questo perché per me viaggiare non è mai stato il sinonimo di riposo oppure svago, ma al contrario rappresenta un’occasione per dare nuovo nutrimento all’anima e ai pensieri che a stare troppo ferma si ingarbugliano e rimangono cristallizzati, incapaci di svilupparsi completamente.

Così oggi, dopo lo scorso articolo pubblicato, torno a divagare sul tema delle isole Azzorre, perché pur essendo mete forse inusuali si sono rivelate un’esperienza fantastica. Vorrei essere in grado di suggerire la mia top five delle cose da vedere, ma sono convinta che un paio di settimane di camminate e viaggi in mare non siano sufficienti per giudicare un arcipelago così esteso e sperduto. Sicuramente è d’obbligo citare le grotte all’interno di vulcani spenti, la città di Horta che è un ritrovo di pirati, marinai e velisti dal Cinquecento, oppure le numerose caldeire, ovvero crateri di antichi vulcani, ma mi fermo qua per non cadere nel banale.

Quello che mi sembra più interessante, oltre agli elenchi puntuali che dicono tutto e niente, è cercare di spiegare la sensazione che si prova a camminare per le viscere della terra, ad esplorare paesaggi verdissimi, a fare il bagno in piscine naturali di roccia vulcanica e a ripercorrere le orme di infiniti naviganti e viaggiatori. Si tratta di luoghi isolati ed autentici, risparmiati dal turismo di massa e ricchi di testimonianze, che hanno per noi il valore di quella che è sempre stata una tappa obbligata per chiunque desiderasse di fuggire senza lasciare tracce. Ci si sente con un piede in Europa e un altro in quel continente liquido che è l’oceano Atlantico, costituito da rotte nautiche ed Alisei, che non segue completamente il ritmo della vita sulla terraferma. Allo stesso tempo tuttavia sono terre fertili ed abbondantemente coltivate, dove si contano fino a cinque raccolti all’anno, a causa del particolarissimo clima di cui godono.

Forse un giorno approfondirò meglio questo discorso e mi dilungherò a raccontare la mia esperienza, ma per adesso cedo il posto alla vostra fantasia, sperando che mi capirete.

Isole Azzorre, dove esiste un faro che guarda soltanto le rocce

Una volta ho visto un faro che, anziché affacciarsi sull’oceano sterminato dritto e fiero come ci si aspetterebbe, indicava la terraferma a niente più che un promontorio di rocce vulcaniche e friabili.

Arianna Senore, Faial

Ero sulla isole Azzorre insieme al mio adorato compagno di viaggio, per la precisione ci trovavamo sull’estremo ovest dell’isola di Faial, proprio in mezzo all’Atlantico, a metà strada tra l’Europa e l’America, circondati dalla vegetazione tropicale e da un mondo assolutamente selvaggio.

Sulla punta del Capelhinos si erge quello che secondo me è un monito eterno dell’incredibile potere che la natura ha su noi umani che cerchiamo di addomesticarla. Il secolare faro che ha indicato il riparo sicuro e migliaia di pirati e viaggiatori è stato reso inutile circa cinquant’anni fa da un’eruzione vulcanica così forte da aggiungere un nuovo miglio quadrato all’isola, proprio davanti al monumentale edificio.

Da vedere è un vero spettacolo, con il promontorio ricoperto dai detriti anziché dalle onde. Si può camminare in questo paesaggio lunare sino a perdersi o finire a strapiombo sull’oceano, meravigliandosi per la bellezza aspra di come doveva essere il nostro pianeta al principio, prima della vegetazione e della formazione della crosta terrestre.

Arianna Senore, Faial

A volte però ripensare al faro del Capelinhos mi fa spaventare. Mi fa pensare che forse un giorno anche io sarò accecata dalle polveri esplosive di qualcosa di nuovo ed effimero, tanto da perdere la vista sull’oceano infinito, bellissimo e immutabile. E magari la causa non sarà un evento catastrofico, ma soltanto una qualche coltre di fumo inconsistente e insignificante.

Ma solitamente preferisco sorridere osservando le fantastiche pietre laviche pesantissime che mi sono portata a spalle da Faial fino a casa, insieme ad un germoglio di fucsia che  purtroppo non sono riuscita a trapiantare in Italia.