Grand Tour 2015: sintesi di un’esplorazione mitteleuropea

europa-grand-tourDove inizia la modernità? Quali sono le tappe che collegano i grandi edifici classicheggianti ottocenteschi ai grattacieli vetrati?

Negli scorsi giorni ho cercato di individuarle e di risalire per la Mitteleuropa in una sorta di “grand tour contemporaneo”, inseguendo le radici della cultura contemporanea, per quanto riguarda l’arte e soprattutto l’architettura.

Per non essere troppo prolissa o ripetitiva, ho provato a selezionare quattro mete particolarmente rappresentative, che ora riepilogherò brevemente, per concludere l’argomento e individuare altri spunti, visto che avrei potuto parlare di tanti altri bei posti.


| I TAPPA | VIENNA E IL RING: CAOS E MODERNITÀ NELLA CAPITALE ASBURGICA

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Come ormai credo che sappiate, per me il periodo della Secessione Viennese è fondamentale per comprendere l’architettura del XX secolo, proprio perché costituisce una soluzione di continuità tra l’Ottocento e il Novecento.

Bisogna ammettere che il liberty, nelle sue diverse accezioni, imperversa in varie città europee, come Bruxelles, Parigi, Barcellona e persino Torino, Palermo e Milano, nel loro piccolo. Allora cosa rende diverso lo sviluppo della sua versione viennese? Sicuramente il forte impatto nel mondo culturale del tempo (come ho già più volte detto), ma per me il suo fascino è anche un altro.

La sua bellezza è che il movimento secessionista non si limita alla capitale austriaca ma raggiunge tutto l’impero asburgico, quell’impero vastissimo che nel 1918 viene disgregato e che ora è composto da innumerevoli realtà diverse, più o meno complesse, vincolate a diversi destini. Ma le tracce del passato comune sono presenti: girando per le vie centrali di bellissimi centri come Budapest, Lubiana o Praga si percepisce un filo che le lega insieme, una base comune leggibile nei ponti cittadini, negli edifici art nouveau e negli elementi di arredo urbano. Sono differenti le lingue parlate e le fisionomie dei volti che si incontrano, eppure permane un’aura immortale che le fa confondere nella memoria e le tiene unite.

Per rivedere l’articolo che parla della prima tappa del Grand Tour, vi invito a cliccare qui: Quando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale.


| II TAPPA | LA COLONIA DEGLI ARTISTI A DARMSTADT

darmstadt-colonia-artisti3La Colonia degli Artisti rappresenta l’immediata evoluzione della Secessione, che si trasforma da argomento dei salotti a vera e proprio accademia per l’arte, l’architettura e l’arredamento.

Per rivedere questo articolo, vi invito a cliccare qui: Alla ricerca dell’Opera d’arte totale: intensità e follia in equilibrio tra due secoli.


| III TAPPA | LA SCUOLA PERFETTA PER L’ARCHITETTURA PERFETTA

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Con il Bauhaus, da accademia di matrice ottocentesca si arriva a università in chiave moderna, un luogo di sperimentazione dove si possono ammirare i capisaldi dell’architettura e dell’arte contemporanea, grazie ai grandi maestri che vi hanno insegnato. Ma in altri casi anche le opere degli stessi professori diventano manifesti delle loro idee. 

Ecco, io in un moderno Grand Tour inserirei anche Vila Tugendhat a Brno di Ludwig Mies Van Der Rohe, visitabile e tutelata dall’Unesco. Si tratta di una villa situata sulla collina della città morava che si riesce a comprendere a pieno soltanto guardandola dal vivo, perché è proprio vero che l’architettura è soprattutto una questione di percezione degli spazi, oltre che di estetica del costruito.

Un’altra città da vedere su questo tema è certamente Stoccarda (che non ho ancora avuto l’occasione di visitare, quindi in questo caso vi parlo basandomi solo su ciò che ho studiato), dove nel 1927 viene organizzata un’esposizione sul Movimento Moderno, curata di nuovo da Mies Van Der Rohe. Qui, con lo scopo di esaltare la modernità, viene realizzato un intero quartiere da 16 grandi architetti e ancora oggi sono visitabili 14 dei 21 edifici originali.

Per rivedere i due articoli sui temi del Bauhaus e del Movimento Moderno, vi invito a cliccare qui: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità, oppure qui: Bauhaus: seguendone le tracce tra Berlino e Dessau


| IV TAPPA | LA CITTÀ CHE RISORGE DALLE SUE CENERI

Berlino

Infine, il nostro viaggio virtuale ci ha condotti a Berlino, per ammirare la sua atmosfera decadente da ex-città sovietica insieme alla grande volontà di rinascita che le sta cambiando il volto.

Vi dirò che a me questo mix di percezioni e di contrasti piace molto, infatti sono un’appassionata viaggiatrice in un altro paese che condivide un destino per certi versi comune, la Polonia. Effettivamente, in tema di vere e proprie “resurrezioni”, potrei parlare di città come Varsavia e Danzica, luoghi in cui sono stata più di una volta  e che ho amato sin da subito. Le avete mai viste? Non posso mettermi a descriverle ora, aprirei una specie di vaso di Pandora, piuttosto aspetterò il momento per mettermi a raccontare di questo Paese così complesso e affascinante.

Nel frattempo, per rivedere l’articolo su questa tappa, vi invito a cliccare qui: Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita.


tirando le somme

Per finire (e direi proprio che è giunta l’ora di concludere), vi riporto nuovamente la frase di Milan Kundera che ho scritto prima di iniziare questo viaggio virtuale, sperando che dopo tutte queste parole si sia almeno un po’ arricchita di significato.

La Mitteleuropa non è uno Stato. E’ una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova situazione storica.

Forse adesso si tratta di una realtà meno viva rispetto al passato, ma non per questo la sua memoria perde di importanza, visto che quello che vediamo oggi nei quartieri più recenti delle nostre città è il frutto, nel bene e nel male, di quello che è esistito prima e di cui ho cercato di scrivere sino ad ora.

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Berlino oltre il muro: la grandezza di una città ferita

Berlino

Il prezzo che Berlino ha dovuto pagare, al termine della II Guerra Mondiale, è stato l’annientamento, sia a livello fisico sia simbolico.

La follia nazista ha condotto alla distruzione quasi totale di quella che era una delle più grandi metropoli del mondo, seguita dalla suddivisione (o, per meglio dire, lacerazione) in quattro spicchi di influenza delle nazioni vincitrici. Le foto che seguono servono a rendere un’idea dello sfacelo: riconoscete le porte di Brandeburgo e l’oggi scintillante palazzo del parlamento?

Nonostante questo destino tragico, la capitale tedesca non può che essere la IV ed ultima tappa del mio Grand Tour alla ricerca delle radici del contemporaneo. Dopotutto, chi perde molto ha tanto da fare per ricostruire, nel bene e nel male. Così, vediamo di andare con ordine.


|  IV tappa  |   La città che risorge dalle sue ceneri
Alexander Platz.
Alexanderplatz.

Prima della guerra, Berlino è una città moderna, dinamica e avanguardista, culla di movimenti artistici e sede di grandi istituzioni. Dopo il 1945 tutto è destinato a cambiare: alla distruzione fisica segue un periodo di grande povertà, insieme alla sottomissione alle potenze vincitrici.

Il marchio sovietico è forse quello che ancora oggi si legge maggiormente: basta passeggiare per Alexanderplatz per notare l’antenna della televisione (difficile non vederla!) e i grandi palazzi in stile sovietico. Questa porzione di città ricorda altri centri sparsi nella Mitteleuropa, dove gli anni d’oro di Stalin hanno lasciato in eredità blocchi di edifici grigi e altissime antenne, ci avete mai fatto caso?

Per queste ragioni, vedere oggi Berlino non è un’esperienza paragonabile all’esplorazione di Parigi o Londra, soprattutto per il fatto che ancora oggi si percepisce qualcosa di disomogeneo, qualche controsenso. Le tracce della storia recente sono visibili allo stesso modo nei monumenti commemorativi e nei vuoti urbani, quegli immensi isolati che sembrano cicatrici nel tessuto cittadino.

Per di più, la contemporaneità ha un grande spazio. Non per niente sto parlando di una città giovane su misura dei giovani, dove l’arte e l’architettura contemporanea giocano un ruolo di rilievo.

Nel momento in cui il muro è crollato, sono successe due cose importantissime (dal punto di vista architettonico ma non soltanto):

1. Berlino è tornata ad essere la capitale unita di un grande stato, che necessita nuovamente di tutta una serie di edifici e infrastrutture sino a questo momento trascurati (il parlamento primo tra tutti)

2. i terreni su cui prima correva il muro (per una lunghezza di chilometri), diventano cicatrici nel tessuto urbano, spazi vuoti da riempire con operazioni immobiliari e sociali (un esempio? Potsdamer Platz!).

Così, la capitale tedesca diventa una sorta di città dei sogni per gli architetti e i progettisti di tutto il mondo, diventando la metropoli in cui i cantieri non finiscono mai. (Vorreste un riepilogo degli interventi più interessanti? Vi chiedo scusa ma credo che dovrete aspettare il prossimo articolo!)

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Potsdamer Platz.
In sintesi, perché concludere proprio qui il mio viaggio virtuale?

Per prima cosa, se il mio scopo è quello di scoprire le radici della modernità, questa è la modernità, il frutto delle rivoluzioni culturali che investono l’Europa intera nel ventesimo secolo.

Qui si vedono applicate le lezioni dei maestri dell’architettura e qui si sta scrivendo il prossimo capitolo dei libri di storia dell’arte, senza forse che ci si faccia troppo caso.

Tutte le volte che ho lasciato Berlino mi è rimasta come l’impressione di non averne colto lo spirito al 100%, come se mi mancasse qualcosa, un dettaglio che servisse ad incorniciare il tutto. E sapete una cosa? Credo che quello che tutte le volte mi è mancato sia dovuto al fatto che molte caratteristiche della città non sono ancora assimilate o storicizzate, al contrario, vivono ancora in una fase di completo movimento, cambiano ogni giorno senza un’idea precisa di quello che riserverà il futuro, indondando il presente di un’intensità che in altre città d’Europa è davvero difficile trovare.

Bauhaus: seguendone le tracce tra Berlino e Dessau

Ingresso al Bauhaus, Dessau.

In attesa della IV tappa del mio personale Grand Tour 2015 (per chi non sapesse di cosa sto parlando, ecco l’articolo da cui iniziare per rimediare: Perché scegliere di viaggiare in Europa?), oggi mi perdo ancora dietro le orme di quella fantastica scuola che è stata il Bauhaus (di nuovo, per chi si fosse perso l’articolo, ecco il link: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità).

Così, oggi vi elencherò i tre posti dove assolutamente bisogna andare se si vuole conoscere davvero questo fenomeno unico e incredibile.


1. Dessau: la scuola progettata da Gropius
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

bauhaus-logoForse, tra le tre mete che ho in mente, questa è quella più nota, oltre ad essere quella di cui ho già parlato più diffusamente. In ogni caso, non posso fare altro che partire da qui.

La scuola di Dessau, progettata da Walter Gropius (teorico dell’architettura e preside), rispecchia in pieno tutte le idee che venivano insegnate e studiate, diventano una sorta di manifesto del Movimento Moderno.

Gli spazi sono disegnati unicamente in funzione alla destinazione d’uso prevista, differenziandosi quindi anche esteticamente tra mensa, servizi, aule e laboratori.

Non voglio annoiarmi con una minuziosa descrizione ma, se siete interessati, questo è il link per scoprire di più sulla scuola, sulla sua struttura e sulle materie studiate.


2. Dessau: le case dei maestri
Una delle case dei maestri, Dessau.
Una delle case dei maestri, Dessau.

Sempre a Dessau, gli insegnanti si sono dilettati nella progettazione delle loro stesse residenze. Si tratta di una serie di abitazioni bifamiliari dove convivevano, poco distanti dalla scuola e immersi nel verde anche dentro la cittadina.

Posso garantire che questa deviazione di pochi minuti merita la visita, perché vedere questo piccolo quartiere è come immergersi in un ambiente diverso, fermo nel tempo a quegli anni in cui il nazismo non aveva ancora invaso il mondo.

Oltre a questo, immaginare Vassily Kandinsky e Paul Klee che convivevano in una di queste casette è abbastanza divertente! 🙂


3. Berlino: il Bauhaus Archiv
Le opere esposte al Bauhaus Archiv di Berlino.
Le opere esposte al Bauhaus Archiv di Berlino.

Bauhaus_Archiv_BerlinL’ultima tappa alla ricerca del Bauhaus conduce invece a Berlino e, più precisamente, in un edificio progettato (di nuovo!) da Walter Gropius, questa volta negli anni Sessanta: l’archivio della scuola che oggi espone anche una serie di cose piuttosto interessanti.

La collezione permanente è composta dai progetti, dai disegni e dagli oggetti di design progettati dagli allievi, esito dei corsi tenuti dai maestri d’eccezione. Oltre a questo, mi è piaciuto moltissimo vedere le fotografie scattate a Dessau, insieme ai biglietti che si scambiavano ragazzi e professori, segno del rapporto di confidenza e rispetto che vigeva.

Esiste poi una sezione dedicata al destino di coloro che hanno studiato e insegnato a Dessau. In America hanno avuto tutti un destino migliore, ottenendo prestigiose cattedre universitarie e rifondando un nuovo Bauhaus nel 1937, che presto prende il nome di Institute of Design, istituzione attiva ancora oggi.


In conclusione, vi dirò che l’arrivo a Berlino non è assolutamente casuale. Volete scoprire perché? Allora non vi resta che pazientare fino al prossimo articolo, la IV tappa del Grand Tour 2015!

Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità

Il cortile del Bauhaus, a Dessau.
Il cortile del Bauhaus, a Dessau.

Riconoscete questo posto? Credo che molti appassionati di architettura e design lo considerino come una meta di pellegrinaggio, una specie di Mecca per chi cerca le origini della modernità. Ma partiamo dall’inizio.

Sicuramente non si può negare il fatto che la Prima Guerra Mondiale abbia cambiato le carte in tavola, anche se nel caso dell’architettura la ricerca di forme geometriche essenziali si è sviluppata già a partire dagli anni Dieci.

In ogni caso è dopo il 1918 che prende piede, introducendo vere e proprie innovazioni nella cultura dell’abitare. Grandi intellettuali come Le Corbusier e Mies Van Der Rohe ristudiano completamente gli spazi degli edifici residenziali e non, individuando quelli che sono requisiti ancora decisamente attuali, come la presenza di autorimesse, di bagni spaziosi, di ambienti confortevoli e di dotazioni impiantistiche. I progetti adesso non riguardano soltanto i ceti più abbienti: per la prima volta si pensa ad un’architettura e all’arredamento per le masse.

La rivoluzione del Movimento Moderno è proprio incentrata su questa nuova attenzione a livello sociale, unita ad idee avanguardiste.

Così, proprio in un Paese momentaneamente povero e maltrattato come la Germania, nasce una scuola di architettura e arti applicate destinata a cambiare tutto, con l’ambizioso intento di insegnare la progettazione “dal cucchiaino alla città”. Ed è questa la prossima ed inevitabile tappa del mio Grand Tour 2015.


| III Tappa |   La scuola perfetta per l’architettura perfetta

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Ovviamente mi riferisco al Bauhaus, fondato a Weimar nel 1919, trasferito a Dessau nel 1925 e a Berlino nel 1932, fino alla definitiva chiusura nel 1933. Di cosa si tratta a livello pratico? Cercherò di dare una breve spiegazione.

L’architetto e intellettuale Walter Gropius fonda questa specie di accademia con l’intento di dare ai ragazzi i mezzi per una progettazione funzionale, economica e standardizzata. Vi viene in mente l’Ikea? Ecco, diciamo che potrebbe considerarsi come una sorta di erede! Negli anni è caratterizzata da insegnanti prestigiosi e dalla grande apertura mentale, tanto da spaventare i Nazisti che pensano bene di farla chiudere, dopo anni di opposizione.

Oggi, se si va a Dessau si può vedere il complesso, progettato dallo stesso Walter Gropius, che ospitava i laboratori, le aule, i dormitori e gli spazi comuni della scuola. Io sono stata lì un paio di settimane fa e credo proprio che meriti il viaggio.

Per me, vedere il Bauhaus infatti non ha significato semplicemente la visita delle stanzette e dei laboratori aperti ai turisti, ma piuttosto l’affaccio su un mondo utopico che sarebbe potuto esistere, se solo non si fossero messi in mezzo quegli idioti dei Nazisti con la loro soppressione della libertà.

Quello in cui si viveva qui era infatti un mondo per prima cosa libero, al di sopra dei clientelismi, delle rigidezza delle accademie e dei luoghi comuni.

Sto parlando di una scuola che nel 1925 era frequentata quasi al 40% da ragazze, una specie di università dove insegnavano i massimi intellettuali e artisti dell’epoca (Kandinsky, Klee, Gropius e Mies Van Der Rohe, giusto per fare qualche nome!) e dove si viveva in un clima di totale rispetto reciproco e di condivisione. Poco importa in realtà che si studiassero architettura, design e arte: sarebbero potuti esistere  Bauhaus anche di altri settori, perché quello che veramente conta è l’approccio rivoluzionario e ineguagliato. (per lo meno che io sappia, ndr)

A Dessau la scuola viene progettata attentamente su misura degli studenti, che si ritrovano lì per passione e sicuramente si godono a pieno l’esperienza di lavorare al fianco di gente come coloro che ho elencato prima.

La bellezza di questo luogo è proprio l’atmosfera surreale che ancora oggi aleggia, un’idea di equilibrio ed armonia che raramente si prova (soprattutto in una scuola). Il Bauhaus mi fa pensare ad un’altra grande perdita subita a causa di un regime totalitario e di una guerra mondiale. Osteggiata, la scuola è infatti costretta a chiudere i battenti, mettendo così fine ad un periodo sicuramente unico nella storia recente.

Tutte queste menti geniali, se possono, se ne volano in America. Le ragazze rimaste da studentesse diventano “giovani hitleriane”, scambiando la scuola con i vestiti tradizionali e la grande ambizione di diventare madri solide per piccoli ariani. E ai maschi non va molto meglio, visto che la strada che si delinea è quella di diventare soldatini.

Addio modernità, quel che rimane è la triste architettura di regime. Così, l’Europa si è giocata qualcosa che avrebbe potuto cambiare la storia, a partire dalle prime ricostruzioni postbelliche. E forse persino noi poveri italiani, finiti nel boom della speculazione, saremmo riusciti a non deturpare meticolosamente quasi tutti i nostri bei paesaggi.


Mi sono dilungata troppo, solo adesso mi rendo conto che in pratica non vi ho raccontato molto di questo posto. Spero di avervi incuriosito, anche perché il prossimo articolo parlerà ancora di Bauhaus, lasciando da parte i miei pensieri e raccontando la realtà.

Che fine hanno fatto i grandi intellettuali che l’hanno frequentata o che vi hanno insegnato? Dove si deve andare per seguire le tracce di questa scuola? Concretamente, che cosa si studiava? …Lo scoprirete nella prossima puntata! 😉

Alla ricerca dell’Opera d’arte totale: intensità e follia in equilibrio tra due secoli

La Colonia degli Artisti di Darmstadt.
La Colonia degli Artisti di Darmstadt.

Avete mai sentito il termine tedesco Gesamtkunstwerk? Sembra una parola quasi minacciosa, invece  significa Opera d’arte totale e indica un concetto che, a partire dall’Ottocento, si diffonde nella Mitteleuropa. Di cosa si tratta? Della ricerca del filo che unisce le diverse arti, che lega insieme la pittura, l’architettura, la musica e la scultura. I cervelloni del tempo, da Wagner in poi, si interrogano sull’importanza della creazione di un artista e sulla possibilità di raggiungere la perfezione, intesa come un’opera che fonda insieme tutte le discipline.

La Secessione Viennese, esplosa nel 1898, nasce sotto questo auspicio e inaugura una straordinaria stagione per la capitale asburgica. Sarebbe infatti un’inesattezza pensare che la magia di Klimt riguardi soltanto i quadri, perché, come si è detto, tocca anche l’architettura, come testimonia l’edificio per le esposizioni progettato da Joseph Maria Olbrich (di cui parlo in questo articolo: “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”).

Un altro errore potrebbe essere l’idea che questa rivoluzione culturale abbia riguardato soltanto Vienna. Basta infatti farsi un giro per il centro di Budapest oppure per il quartiere ebraico di Praga e ci si rende conto di quanto dell’atmosfera secessionista abbia raggiunto anche le altre città dell’impero. Se poi ci si avventura nelle gallerie nazionali d’arte di questi due nuclei urbani la percezione diventa ancora più concreta.

Eppure oggi non voglio parlare di questi luoghi esemplari, ma piuttosto di un complesso di edifici progettati proprio per accogliere dei grandi artisti e permettere loro di lavorare e creare insieme, voluto niente meno che dal Gran Duca Ernst Ludwig d’Assia e disegnato da Olbrich.


| II Tappa |   la colonia degli artisti a darmstadt

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Darmstadt è un comunissima cittadina tedesca situata vicino a Francoforte, dove dal 1899 al 1914 si insedia una comunità di artisti visionari, guidata dalla mente aperta del Gran Duca d’Assia. Olbrich progetta le innovative e stravaganti architetture, ma non è questo l’unico fattore rilevante. La cosa interessante è che questo diventa un territorio fertile per una grande sperimentazione artistica, dove si realizza una sorta di fusione tra l’arte e la vita. Per la prima volta si assiste ad una specie di accademia (anche se riservata ai professionisti) dove si intende rivoluzionare l’architettura, la pittura e l’arredo per promuovere una moderna cultura del vivere e dell’abitare.

Questo straordinario complesso oggi è composto da un palazzo per le esposizioni, da un museo che espone varie realizzazioni, dalle villette progettate dagli artisti per la loro residenza, da una cappella in stile russo con tanto di vasca e da un ampio giardino ombreggiato da platani. Purtroppo vi devo dire che una parte dell’atmosfera magica che doveva avere ormai è andata perduta a causa di un periodo di abbandono e di alterazioni che hanno subito alcuni edifici, quindi forse non è più così facile percepire lo spirito del luogo.

Quello che mi ha fatto ben sperare, quando l’ho visitato un paio di settimane fa, è stato notare un certo numero di interventi di restauro in corso, compresa la pulitura e il ripristino delle statue di ingresso. Chissà, dovrò informarmi meglio ma spero proprio che il futuro riservi una nuova fioritura a questa colonia, anche perché in adiacenza trova la facoltà di architettura e arti applicate di Darmstadt, come a voler preservare lo spirito di questo posto così unico.


In conclusione, mi chiedo: cosa conta veramente di questo posto, tanto da fare sì che dopo più di cent’anni di abbandono non sia ancora dimenticato?

Oltre al discorso dell’opera d’arte totale (oppure “gesamtkunstwerk” se preferite 😉 ), è sicuramente incredibile l’idea di una scuola avanguardista nel 1899, con tutti i limiti causati dalla sua natura esclusiva e fortemente connessa alle idee simboliste e secessioniste. Quello che importa è il germoglio che trova le sue radici e che è destinato a condurre a qualcosa di incredibile e unico.

Vi chiedete a cosa mi riferisco? Avete un’idea in mente? In ogni caso vi prego di avere pazienza e di non perdervi la terza tappa di questo Grand Tour!

Quando il troppo stroppia: dall’eclettismo più sfrenato alla rivoluzione in stile floreale

L'edificio della Secessione Viennese, simbolo del movimento.
L’edificio della Secessione Viennese, simbolo del movimento.

Se voglio indagare sulle radici del pensiero e del gusto contemporaneo, non posso che iniziare parlando di quello che c’era prima, quindi dovrete perdonare una piccola digressione.

Se è vero che ogni salto oltre la linea d’ombra è una reazione a una condizione precedente, allora per capire il primo Novecento bisogna spingersi nel buio, fare almeno qualche passo nella mentalità eclettica e ostinatamente positivista. 

Nel corso dell’Ottocento, complici della rivoluzione industriale ma non solo, i borghesi si ritrovano ad avere conquistato il mondo, o per lo meno raggiungono le vette della vita mondana e sociale. Come bandierine, ecco che nelle città fioriscono teatri, parlamenti, musei, università, caffè e centri commerciali, simboli del potere di questo nuovo ceto in folle crescita. 

Ma quale può essere lo stile architettonico destinato ad accomunare tutti questi dominatori e a mostrarne l’importanza? Questa sì che è una bella domanda, un vero dilemma che fatica a trovare una risposta. Il barocco ormai ha stufato, così come il neoclassicismo, ma allo stesso tempo le nuove idee stentano ad arrivare. Di conseguenza, ecco che per questi edifici cardine della vita pubblica si sceglie un linguaggio che diventa un miscuglio di caratteri del passato, accostando senza timore le arcate gotiche ai fregi del Partenone.

Come non è difficile da immaginare, una tale confusione è destinata a condurre ad una rivoluzione innovativa e severa, che in ogni città d’Europa assume diversi caratteri.

Ed ecco che finalmente veniamo alla nostra prima meta.


| I tappa |   Vienna e il ring: caos e modernità nella capitale asburgica
Il parlamento austriaco in stile neogreco, con i pinnacoli neogotici del municipio sullo sfondo.
Il parlamento austriaco in stile neogreco, con i pinnacoli neogotici del municipio sullo sfondo.

Sarò ripetitiva ma questo moderno Grand Tour non poteva che iniziare qui.

Di Vienna ho già parlato e anche del Ring (non ricordate? Ecco l’articolo: Sulle tracce della “Vienna fin du siècle”: quattro mete da non perdere!), però la confusione architettonica degli edifici che si trovano in quest’immensa porzione borghese-aristocratica della città è esemplare. Sulla stessa piazza, ad esempio, insistono il teatro, l’università, il parlamento e il municipio, realizzati negli stessi anni ma assolutamente diversi, ricalcando linguaggi come  il gotico, il barocco, il greco e il rinascimentale.

Passeggiare per la Ringstrasse permette di comprendere a pieno qual è la tipologia di città ottocentesca, dominata da una parte dall’opulenza dei grandi edifici per i servizi e dall’altra dalla grande modernità delle prime linee tramviarie e metropolitana, per non parlare delle prime illuminazioni pubbliche notturne.

Insomma, è in questo periodo che le città diventano un posto splendido e perfetto per passeggiare ed approfittare del tempo libero, cambiando completamente di aspetto rispetto al passato.

Oltre a Vienna, questo processo investe quasi tutte le città europee, basti pensare ai boulevards parigini oppure all’ardito intervento di Andrassy Ut a Budapest (per saperne di più, consiglio questo articolo: Quattro motivi per scegliere Budapest come meta per il prossimo viaggio, per la precisione nel punto 2), per fare un paio di esempi.

Allora perché parlare proprio di Vienna? La ragione è semplice: perché è in questa città che si possono vedere, proprio sul ring, i segni di quello che è stato il movimento che ha rotto con la tradizione accademica dell’eclettismo.

In pratica, un gruppo di artisti e di intellettuali, capeggiato niente meno che da Gustav Klimt, si è letteralmente separato dagli insegnamenti delle pompose e poco aggiornate università, creando quella meraviglia che è stata la Secessione Viennese, un movimento di rottura che ha portato alla ribalta la versione austriaca del liberty, applicato sia in pittura sia in architettura.

Come dicevo, proprio sul Ring si vede il palazzo che i secessionisti edificano come per le loro esposizioni. Si tratta di un progetto di Joseph Maria Olbrich, vicino a Karlsplatz, una meraviglia architettonica di cui ho parlato in questo articolo: “A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”. Ed è sempre in questo articolo che racconto in maniera più diffusa dell’origine e della diffusione della Secessione, quindi vi invito a non perderlo!

J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.
J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.

Già solo questo edificio merita il viaggio virtuale, non credete?

In ogni caso preparatevi, perché questo è soltanto l’inizio. Da questo momento, collocato per la precisione nel 1898, la modernità prende piede e le idee simboliste e secessioniste si diffondono per tutta la Mitteleuropa e non solo, creando a un bel po’ di scompiglio.

Ma questa è un’altra storia oppure, per meglio dire, un’altra tappa, quindi rimanderò al prossimo articolo. A presto!

Alla ricerca delle radici dell’arte contemporanea: dove conduce un moderno Grand Tour europeo?

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Perché scegliere di viaggiare in Europa?

Di ritorno dal mio ultimo grande viaggio europeo, mi sono resa conto di avere meditato molto su quanto sia importante la conoscenza del nostro vecchio continente.

Così, ora vorrei scrivere di qualcosa che conosco, di quel tempo fenomenale che nell’ultimo secolo (e un paio di decenni più in là) ha portato non solo a tutto quello che vediamo oggi nelle nostre città, ma anche a quello che purtroppo non possiamo più vedere per colpa dei terribili errori commessi in questo periodo da idioti megalomani e da gente senza onore o fantasia.

Non saremmo poi gran che se non avessimo un passato, se non seguissimo le tracce di qualcuno e se il nostro presente non fosse influenzato da chi che ci ha preceduto.

Quindi, ecco che ancora oggi, nel terzo millennio, io sponsorizzo quello che potrebbe essere un moderno Grand Tour, come facevano nel Settecento i promettenti ragazzi che da lontano venivano a curiosare nella nostra bella Italia.

Diciamocelo, ultimamente la vecchia Europa non è certamente la meta più alla moda, sarà perché attira meno dei grattacieli di Dubai e New York, dell’Oriente o delle isole sperdute negli oceani. Però io sono convinta che conoscere il nostro continente sia fondamentale per noi che ci viviamo, soprattutto se vogliamo essere parte di un mondo che va oltre il nostro naso. Giudicare è bello, ma è ancora più bello giudicare se si comprende quello che si sta vedendo.

E poi ci sono così tanti posti meravigliosi da girare!


Quali mete per un moderno gran tour?

Per compiere un viaggio alla ricerca delle radici e delle cicatrici del presente, non andrei a Parigi, a Londra e nemmeno a Roma. Per capirci, non che snobbi queste città meravigliose, ma sono dell’idea che la loro grande bellezza abbia origini più lontane e spiegazioni più complesse.

A livello culturale e soprattutto artistico e architettonico, sono i Paesi dell’Europa centrale che sceglierei, senza ombra di dubbio. Vi parlerò di nuovo di Mitteleuropa: temo che sembrerò un po’ monotona, ma cercherò di convincervi dell’esistenza di quel sottile filo rosso che lega città oggi diverse come Berlino, Praga e Vienna, che unisce realtà a prima vista opposte come la Secessione Viennese e il Bauhaus, per fare due esempi. Esiste qualcosa che secondo me avvicina le decadenti città troppo a lungo sovietiche, con le loro periferie tutte uguali, e lo scintillio delle metropoli dai  viali alberati e dai tesori barocchi.

Come dice Milan Kundera, uno scrittore ceco di cui non so molto altro, La Mitteleuropa non è uno Stato. E’ una cultura o un destino. I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuova situazione storica.

Spero che non vi annoierò in questo viaggio virtuale alla ricerca delle origini delle città contemporanee e dell’arte di oggi e garantisco che cercherò di partire non troppo da lontano, (almeno per i miei gusti).

Siete curiosi di sapere quale sarà la prima tappa? Nessuna anticipazione: seguitemi e non tarderete a scoprirlo. 😉