Due anni oltre la Sottile Linea d’Ombra

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Anche se è praticamente impossibile che ve ne siate resi conto, La vostra Sottile Linea d’Ombra oggi compie ben due anni dal primo post: 731 giorni, 164 articoli pubblicati e più di centocinquantamila visite! 🙂

La cosa incredibile è che dopo tutto questo tempo curare il blog mi dà ancora soddisfazioni (forse anche di più rispetto all’inizio) e non credo sia una cosa da poco, non è vero?

Sono stati due anni in cui mi sono impegnata molto per costruire la mia strada oltre la famigerata linea d’ombra, ovvero nella mia nuova fase da persona adulta, un percorso professionale che mi soddisfa e che viaggia in direzione diversa ma spero non incompatibile con il piccolo ma gradevolissimo sentiero è che questo blog, un angolo del web in cui racconto le cose che più mi appassionano e mi affascinano del mondo.

È quindi doveroso ringraziare tutti voi che con le vostre visite, con i commenti e con le condivisioni avete dato ossigeno al mio progetto e ogni giorno contribuite alla mia soddisfazione e soprattutto al mio buon umore.

Ecco, non credo che una misera frase di ringraziamento possa bastare, quindi vi chiedo gentilmente 2 minuti del vostro tempo per sentire la vostra voce: vorrei sapere quello che più vi piace per regalare a voi e a me un nuovo anno possibilmente ancora più interessante di quelli appena trascorsi. 😉

Siete voi che date uno scopo alle ore che perdo; lo tengo sempre a mente e per questo mi domando che cosa amiate maggiormente di quello che scrivo, se siate più affascinati dalla pittura, dall’architettura o dalle città. Sono curiosa da matti anche se spesso non riesco a ricambiare l’attenzione che meritate, ma purtroppo (e per fortuna) non ho tutto il tempo libero che a volte sogno.

Per rimediare, ecco quindi un piccolo sondaggio tutto per voi: 10 brevi domande, nemmeno tutte obbligatorie, per scoprire la vostra sincera opinione su La Sottile Linea d’Ombra!

 

Compilato? Spero che sia stato anche un po’ divertente!

Per concludere, vi ringrazio ancora una volta e mi permetto di augurare a me stessa altri innumerevoli giorni entusiasmanti come questi e ricchi di incontri e conoscenze 😉

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La classifica dei quadri del cuore

quadri-classifica-mixTutti i quadri hanno una storia e ad alcuni si sommano anche le vicende di chi li osserva stupito, per la prima o per la centesima volta. Ed è a questo punto che diventano davvero speciali e unici, la rappresentazione di qualcosa che va oltre al soggetto e alla tela.

Credo che questo loro potere sia ciò che ci riesce ad emozionare ogni volta che li vediamo. Insieme alla perfezione della tecnica e al loro fascino, fanno riaffiorare vecchi pensieri e ricordi destinati a rimanere collegati e a non sbiadire.

Succede anche a voi? Se penso a me, non ho alcun dubbio: mi vengono in mente subito alcuni dipinti che non smetterò mai di amare.


#1 Andrea Mantegna, San Sebastiano e #2 Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista

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Il San Sebastiano di Mantegna è per me l’emblema del Rinascimento. Emerge tutto l’orgoglio dello studio dei classici e questo santo (che più che un santo ricorda una statua romana o greca) si staglia immobile e candido come la colonna di un tempio. Al Louvre, nella Galleria Italiana, si può rimirare quasi subito sulla sinistra, serissimo e commovente.

Leonardo, invece, è stato in generale uno dei miei miti sin dall’infanzia. Per prima cosa era mancino come me, e per seconda era una mente geniale e mai ferma, assidua ricercatrice in molti ambiti del sapere. Tra tutti, era lui il mio idolo, forse anche per “colpa” di un libretto su di lui che mi aveva comprato mia madre quando facevo le elementari e per cui dovrei ancora ringraziarla.

Anche se magari non si direbbe, il mio amore per l’arte è partito dall’ammirazione per il Medioevo e per il Rinascimento, in assoluto i miei periodi preferiti per tutti gli anni del liceo.

Sono stata quattro volte al Louvre, ma la sensazione che ho provato nella Galleria Italiana non è mai cambiata. E per me, in particolare, questi due quadri rappresentano la visita di quell’ambiente straordinario, tutta la bellezza e la fierezza, nonostante tutto, di appartenere ad un popolo come il nostro, sempre inguaiato ma anche per questo tanto geniale.


#3 Michelangelo Merisi (Caravaggio), La cattura di Cristo

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Dublino, 2008. Due ragazze stufe della pioggia si rifugiano alla National Gallery, un po’ per curiosità e un po’ perchè l’ingresso è gratuito.

Quelle due eravamo mia sorella ed io, reduci da due settimane di vagabondaggio con lo zaino in spalla ed il bancomat che non funzionava più da giorni. In mezzo a opere decisamente meno notevoli, ricordo come se fosse oggi il momento in cui, da una stanza all’altra, abbiamo intravisto questo quadro di Caravaggio che divorava e annientava gli altri.

Ci siamo fermate lì davanti per una mezzora, chiacchierando persino con una guardia del museo che ci ha visto così emozionate. Ma come potevamo non esserlo, con quel gioco di luci e la perfezione espressiva dei volti?  Quello che non sapete ancora è che al tempo la mia accompagnatrice non era affatto un’appassionata d’arte. Beh, vi dirò che quel quadro ha cambiato le carte in tavola. Da quel giorno sperduto abbiamo inseguito insieme Caravaggio a Milano e per tutta Roma, ripromettendoci che prima o poi avremmo visto ogni sua opera.

In pratica, per me la Cattura di Cristo è la testimonianza imperitura dell’incredibile potere dell’arte, del suo effetto quando non ha bisogno di troppe spiegazioni.


#4 J. M. W. Turner, Venezia

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Le opere di Turner hanno cambiato la mia idea di acquerello. Forse hanno allargato anche la mia immagine del primo Ottocento, perché in mezzo alle accademie e all’eclettismo ho scoperto che c’è stato lo spazio anche per una disarmante modernità.

Oltre a questo devo ammettere che ho trascorso i miei ben diciotto anni di scuola disegnando continuamente, partendo da foglietti nelle tasche del grembiule per arrivare agli album da acquerello Moleskine. Bene, come vi ho già raccontato, Turner mi ha fatto compagnia con i suoi lavori per almeno due anni del liceo. (Ne ho parlato qui: Un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner)

Posso dire di avere imparato a dipingere decentemente ad acquerello da questo maestro straordinario!


#5 Egon Schiele, Autoritratto

Egon_Schiele Self-Portrait

Come sapranno i lettori più assidui, Egon Schiele è forse l’artista che riesce maggiormente a commuovermi.

Il bello è che la sua scoperta da parte mia è stata quasi casuale. Questo perché le riproduzioni  dei libri non si avvicinano alla incredibile bellezza delle sue opere.

Sono dovuta capitare a Vienna, sempre insieme alla mia adorata sorella (2011 questa volta!), per ammirare al Leopold Museum dei suoi capolavori che mi hanno a dir poco stregato. Ammirare dal vivo la purezza del suo tratto e la nettezza delle sue linee è un’emozione che consiglio a tutti di provare.

Anche a distanza di anni, in occasione di altri due incontri con questo inusuale maestro, vi dirò che non ho avuto modo di cambiare idea!

Questo autoritratto poi ha avuto il merito di aprire una nuova fase nella mia carriera di acquerellista dilettante: vedete i colori forti e contrastati che fanno da protagonisti sul volto? Ecco, copiando Schiele e le sue tinte ho imparato qualcosa di nuovo e meraviglioso.


#6 Edward Hopper, Nottambuli

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942

Tra tutte, questa è la mia scelta più romantica. Il momento in cui ho capito che avrei potuto davvero amare il ragazzo che mi ha portato a Parigi dopo tre mesi che uscivamo insieme è stato quello in cui mi ha fatto notare il manifesto di una mostra di Edward Hopper al Petit Palais e ha sopportato con me tre ore di coda per entrarci, nel gelo più totale di una sera di inizio novembre (2012).

Il bello è che non era un grande appassionato d’arte, eppure di fronte ai Nottambuli ci siamo emozionati allo stesso modo. E questo è esattamente quello che io intendo quando insisto nel dire che alcuni quadri possiedono un’anima. 

Il lieto fine è che da quel momento le mostre d’arte sono diventate una consuetudine per entrambi e che lui è tornato a casa con il poster di questo quadro ben riposto nel borsone.


Dopo quest’ultimo aneddoto direi che posso concludere, anche se so che avrò sicuramente dimenticato moltissime opere. Però allo stesso tempo mi chiedo: anche voi vi emozionate davanti ai quadri? Quali sono quelli nella vostra classifica del cuore? Chissà se ne abbiamo qualcuno in comune!

365 giorni oltre la Sottile Linea d’Ombra

Keith Haring, Heart
Keith Haring, heart.

È proprio vero che il tempo vola quando ci si diverte!

Tra vari imprevisti e innumerevoli ore notturne passate al computer, la Sottile Linea d’Ombra compie un anno, ci credete? 365 giorni, 115 articoli pubblicati e quasi sessantamila visite.

Vi confesso che non ero sicura che sarei mai arrivata a questo traguardo. Forse non immaginavo una tale costanza da parte mia (diciamo che tendo a stufarmi facilmente) e sicuramente non pensavo di incontrare così tante persone interessate alle sciocchezze che ho da dire.

Invece ho scoperto un nuovo mondo e per questo vi ringrazio tutti. Ho imparato che esiste un aspetto magico di internet, quel suo potere di avvicinare e di fare incontrare persone magari distantissime. La grandezza della rete forse è la anche possibilità di arrivare a chi ha qualcosa in comune con noi, di confrontarsi e, perché no, di incuriosire con le piccole pillole di saggezza che possiamo reciprocamente condividere.

Scrivere un blog è un’esperienza che mi sta arricchendo e che probabilmente mi sta aiutando ad essere sempre più convinta delle mie idee e dei miei progetti, anche se poi alla fine parlo poco di me, lasciando nei miei articoli il ruolo di protagonista a chi lo merita di più.

Spero che non finirò per annoiarvi e di nuovo vorrei ringraziare tutte le persone che leggono spesso quello scrivo, quelle che ci capitano per caso, chi sceglie il confronto con i commenti e chi mi aiuta nel mio progetto condividendo quello che più gli piace.

Siete voi che date uno scopo alle ore che perdo; lo tengo sempre a mente e per questo mi chiedo che cosa amiate maggiormente di quello che scrivo, se siate più affascinati dalla pittura, dall’architettura o dalle città. Sono curiosa da matti anche se spesso non riesco a ricambiare l’attenzione che meritate, ma purtroppo (e per fortuna) non ho tutto il tempo libero che a volte sogno.

Quindi, per concludere, vi ringrazio ancora una volta e mi permetto di augurare a me stessa altri 365 giorni entusiasmanti come questi e ricchi di incontri e conoscenze 😉

L’importanza dei buoni propositi

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A voi cosa fa venire in mente l’inizio dell’anno nuovo? Oltre alla Befana e ai saldi, l’inizio di gennaio si porta dietro la corsa ai buoni propositi: fare più sport o vivere in maniera più sana per alcuni, vedere tante mostre, viaggiare molto e migliorare il blog nel mio caso.

Sapete che vi dico? È solo il 7 di gennaio e io ho già fallito con uno dei punti della mia lista! Avevo infatti pianificato di occuparmi della Sottile Linea d’Ombra  in questo periodo di relax, con lo scopo di preparare in anticipo un po’ di articoli, di fare una specie di calendario editoriale (cosa che in giro dicono sia molto importante) e di pensare a nuovi argomenti. Volevo portarmi avanti, insomma.

Invece non ho fatto nulla di tutto ciò, proprio niente di niente! Non ho scritto e non ho pianificato, un po’ come i miei familiari che sono insegnanti e aspettano sempre l’ultimo giorno di vacanze per correggere i compiti. Il fatto è che ormai ho superato la linea d’ombra della giovinezza e sono ben consapevole del fatto che il tempo non è infinito, così ho scelto di stare con le persone che per me sono importanti. (Su questo tema ci sarebbe di più da dire, quindi segnalo un altro vecchio articolo: In quale momento vi siete accorti di essere cresciuti?)

Sono stata con la mia famiglia, tra cene a base di tartufo e altre amenità culinarie, con gli amici e con il mio innamorato, con cui inevitabilmente siamo finiti a pianificare le prossime vacanze.


Riflettendoci, credo proprio che una cosa divertente dei buoni propositi sia il loro non mantenimento, quando si riesce a fare qualcosa di meglio. Questo perché non è la fine del mondo se non ho pronti 10 articoli da pubblicare, vorrà dire che andrò avanti come sempre, cercando l’ispirazione giorno per giorno. Dopotutto non è così che dovrebbe funzionare un blog?

E a voi che avete il buon cuore e la curiosità di leggere quello che scrivo prometto che continuerete a trovare le mie solite storie frammentate e inventate nei momenti più assurdi, perché per adesso questo è il massimo che io riesco a dare senza perdere qualcosa della mia vita. Questo è quello che posso e che allo stesso tempo ho sempre voglia di dare, perché la Sottile Linea d’Ombra è una delle mie cose preferite e sapere che a qualcuno piace per me è sempre un onore ed uno stimolo.

Quindi, miei cari, si riparte dal prossimo articolo con tutto quello che il 2016 si porterà dietro, e che i buoni propositi se ne vadano a quel paese.

Per finire, anche se sono già in ritardo, porgo a tutti i miei migliori auguri per un nuovo anno ricco di serenità e di gioia, ma soprattutto di occasioni da cogliere e di curiosità da saziare. 🙂

Quando il gioco si fa duro e Turner si rivela l’unica ancora di salvezza

J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.
J. M. W. Turner, Ancient Rome; Agrippina Landing with the Ashes of Germanicus.

L’argomento di oggi è un episodio di vita vissuta avvenuto esattamente un anno fa, quindi non me ne vogliate se dovessi perdermi oppure dilungarmi.

Premessa

Se la vita ti riserva una tesi sui club ottocenteschi di architettura londinesi e nonostante tutto ti vuoi laureare a luglio perché hai sempre un’inutile fretta matta, allora a maggio del quinto anno di università ti aspetta un tour de force a dir poco spossante nei bellissimi ed impegnativi archivi della capitale britannica.

Se poi hai la malattia di dover sempre ottimizzare il tempo, unita ad una vita in questo periodo piuttosto frenetica, allora ti tocca condensare due settimane in cinque giorni. Ed ecco spiegata la ragione del viaggio che, esattamente un anno fa, mi ha portata a studiare negli angoli più sconosciuti della città.

Le cinque giornate di Londra

Morale della favola, a causa della tesi sono partita per questa avventura solitaria munita di computer, macchina foto e ombrello, con tutte le prenotazioni possibili presso gli archivi che mi interessavano e dopo aver riempito tutte le associazioni di mail, così da ottenere la maggiore efficienza possibile.

Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Biblioteca del Royal Institute of British Architects.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.
Ostello Brazen Backpackers, ingresso.

Ho alloggiato in un ostello assurdo che al posto della reception aveva un pub dove si trasmettevano sport mai visti in televisione a qualunque ora del giorno e della notte, comodamente sistemata in una camera da nove.

Così, la mia routine è stata pressoché questa: levatacce per arrivare alla precisa ora di apertura dove mi serviva, mattinate a fotografare tutto il materiale disponibile senza sosta (circa 2000 foto in 4 giorni!) fino all’ora di chiusura (le 16!), tappa nella catena Pret-à-Manger per un dolcetto e un paio d’ore di lavoro al computer grazie alle prese e al wifi e cena al volo prima di tornare in ostello. Una volta là, ecco che mi aspettavano chiacchiere fino a tarda sera con compagni di stanza sconosciuti e poi, quando tutti si mettevano a dormire, ultimi controlli su cosa avrei fatto l’indomani.

Finalmente Turner, ovvero la salvezza

Credevo che sarei stata instancabile, invece a ventiquattr’ore dalla fine, quando era quasi fatta ma mi aspettavano ancora una tappa all’ostello nella bufera a prendere il trolley, il ritorno alla stazione Victoria, la ricerca di un pullman per Stansted e infine l’idea di una nottata in aeroporto (il mio volo era alle 8 del mattino successivo), mi sono fatta prendere dallo sconforto.

Ho capito subito di cosa avevo bisogno, così ho affrontato la tormenta ma la mia meta è stata una scappatina alla Tate Britain, giusto in tempo per sedermi un po’ di fronte a qualche capolavoro di Turner. (Sempre su questo artista, ecco un altro articolo: un atto d’amore per Joseph Mallord William Turner) Tate Britain, internoMi sento in dovere di specificare che su di me i musei hanno un effetto estremamente rilassante e positivo, perché sono luoghi in cui mi sento completamente a mio agio, libera nel brusio delle sale, felice quando riconosco le opere che mi scaldano il cuore.

Confesso di essermi sentita raramente stanca come quel pomeriggio durante una visita, ma ricordo benissimo il sollievo nel momento in cui ho abbandonato la borsa pesantissima al deposito bagagli e mi sono messa a girare in un mondo che mi appartiene. Non saprei spiegarne razionalmente il motivo, ma posso garantire che i quadri di Turner hanno avuto il grandissimo potere di stregarmi, di permettermi di abbandonare la realtà in favore di una dimensione infinitamente più armonica e luminosa. Ho passato un sacco di tempo seduta tra una panca e l’altra, senza la mia solita energia ma finalmente in pace con il mondo.

Mi scuso se ho parlato troppo, ma in questo pomeriggio ho avuto ancora una volta la conferma di come le cose belle, le discipline che ci appassionano, siano un riparo ed un dolce rifugio nei momenti di sconforto e non soltanto nell’ambito di spensieratezza di una vacanza.

Nei miei anni da universitaria a Torino ho imparato che si possono frequentare i musei se si hanno un paio di ore libere tra una lezione e l’altra e che essere curiosi permette di scoprire angoli meravigliosi di città. I luoghi della cultura sono pubblici proprio perché appartengono a tutti non soltanto sulla carta ma anche nella realtà. Ci si può aggirare tra le sale di ogni galleria o museo senza sentirsi osservati o in imbarazzo, anzi dobbiamo pensare che in ognuno di questi spazi c’è un angolino tutto nostro che sarà sempre lì ad aspettarci.

Non è giusto vedere i monumenti che caratterizzano le nostre città come elementi estranei alla nostra vita: io credo che il segreto per imparare ad amare il posto in cui siamo sia in parte proprio la considerazione che abbiamo di ciò che è pubblico, che non deve essere visto solo come una spesa scomoda ma come una risorsa a disposizione di tutti. 

Affordable Art Fair Milano: giornata surreale in un clima molto pop

Venerdì, oltre ad essere stato il deludente giorno dell’eclissi, per me è stato il ben più ricco di soddisfazioni primo giorno davvero da blogger. Solitamente sono una scrittrice notturna, dedico a questa sventurata pagina i ritagli di tempo e le ore di insonnia, mentre al contrario il 20 marzo sono stata invitata a Milano all’Affordable Art Fair proprio in qualità di blogger.

Due parole sull’Affordable Art Fair
L'Affordable Art Fair di Milano.
L’Affordable Art Fair di Milano.

Ci sono zone di Milano in cui non sembra di essere nel capoluogo lombardo e forse nemmeno in Italia nel 2015. Tra queste c’è l’area di via Tortona, che ho piacevolmente scoperto in questa occasione. Tra i tram vecchissimi a Porta Genova e i piccoli negozi, si svolgeva qui questo evento, una grande fiera che si ripete per il quinto anno e che ha lo scopo di promuovere il mercato di un’arte più accessibile e alla portata di ogni genere di collezionista.

Vi dirò che mi è piaciuta di più rispetto ad altre fiere, perché ho respirato un’aria allegra e festosa, poco abbottonata se mi passate il termine, complici probabilmente i numerosi spazi per il ristoro e le serate che si sono organizzate per l’occasione (forse non a caso lo sponsor principale è la birra Warsteiner). Sono state ospitate numerose gallerie, così da offrire uno spaccato talmente vasto di ciò che oggi si considera arte da solleticare l’interesse del visitatore, che sicuramente ha avuto la possibilità di incontrare qualcosa di suo gusto. Scultura, pittura e grafica insieme, dall’informale al figurativo, da chi si prende sul serio a chi sembra dipinga per scherzo, così da mettere in evidenza l’assurdo dell’arte dei giorni nostri, che ci bombarda di input senza darci delle grandi risposte. Un’arte che pone domande, insomma, e che non lascia indifferenti.

La mia presenza in questa fiera: il progetto #Faccedablogger
La sottile linea d'ombra per #Faccedablogger.
La sottile linea d’ombra per #Faccedablogger.
La sottile linea d'ombra per #Faccedablogger.
La sottile linea d’ombra per #Faccedablogger.

Uno degli stand dell’AAF era dedicato alla fotografa Elena Datrino, che in collaborazione con la Galleria Vittoria ha portato avanti il suo progetto davvero originale di dare un volto ai blogger che, come me, di solito si nascondono dietro la tastiera.

Affordable Art Fair a Milano, #Faccedablogger!
Affordable Art Fair a Milano, #Faccedablogger!

In particolare qui si parlava di arte, allora eccomi qua, su invito di Cristian, il curatore del blog Artesplorando (davvero interessante, consiglierei di dare un’occhiata!). Premetto che normalmente odio farmi fotografare, eppure questa volta mi sono proprio divertita, contro ogni aspettativa, e credo che la fotografa sia stata così in gamba da riuscire a catturare qualcosa del mio essere.

Oltre a questo, ho potuto conoscere altri art bloggers che sono molto più esperti di me in questo settore, che hanno in mente iniziative innovative di collaborazione e che condividono la speranza di servire a qualcosa nel mondo della rete.

Se in questa domenica grigia avete voglia di esplorare un po’ di questo mondo in fermento, guardate qui l’album completo delle #faccedablogger con i link ai vari siti.

Per tirare le somme

Più che tutto il resto, andare all’AAF venerdì mi ha ricordato una cosa importante di cui a volte mi dimentico: andare in giro è sempre bello, ma ancora di più è bello conoscere persone nuove che hanno un qualche interesse in comune. Può essere divertente e stimolante chiacchierare con  degli sconosciuti davanti a una birra e a un quadro, oppure aspettando il treno per tornare a casa.

Come è possibile scordarsene in un mondo così social? Forse il motivo è che lo schermo non ha lo stesso fascino di un viso visto per la prima volta, e nemmeno la stessa luce del sole, per quanto, nello specifico, si sia trattato di un sole eclissato.

La bellezza del tempo vissuto in viaggio

Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.
Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.

Non sono forse i momenti migliori, più colorati nella nostra memoria, quelli vissuti da turisti?

Pensare ad una vecchia vacanza mi fa sempre sorridere, dimentico subito il freddo o il caldo eccessivo, la pioggia, il cibo a volte non ottimo, e stanze scadenti, le ore di coda oppure ogni genere di disavventura. Tutte queste impressioni svaniscono nell’esatto istante in cui varco la soglia di casa, che pure sono felice di rivedere, sia ben chiaro, ma che sicuramente non ha lo stesso fascino.

Il tempo vissuto altrove ha il meraviglioso sapore della libertà, non è scandito da monotoni orari, ma unicamente dalla sete di conoscenza e dalla curiosità senza freni. Mi basta essere in viaggio per diventare più serena, più felice e decisamente più accomodante.

Ecco, io credo di essere davvero felice nel momento in riesco a ritagliare anche solo una mezza giornata di questo clima vacanziero, anche dove vivo. Allora sia ode alla luce invernale e alle passeggiate per Torino: questa mattina per la prima volta da alcuni mesi che mi sono sembrati una vita ho girato per la città come una volta facevo spesso, senza meta, infilandomi in una mostra e guardando tutti i bar o gli angoli in cui è presente un ricordo.

Forse il valore aggiunto del tempo da turisti speso nella propria città sta nell’appartenenza ai luoghi che guardiamo sotto un’altra luce, nel legame sentimentale che proviamo con determinate panchine, monumenti, caffè o sponde del fiume, dove una volta riecheggiavano risate con chi forse non conosciamo nemmeno più. 

Sta nei profumi, nell’odore di fumo, nelle luci della sera e nel rumore delle foglie nei parchi.

TO HAPPINESS. Sempre sulle Azzorre, ecco perché inseguire questo paradiso perduto

Arianna Senore, HortaUno strapiombo di 80 metri sul mare è sicuramente un’indicazione originale per la ricerca della felicità. Ma io non cercavo il suicidio quel giorno sull’isola di Faial, tutt’altro, questa foto con il mio zaino e la scritta sulla roccia è diventata una sorta di invito ad andare sempre più lontano, a non fermarmi al primo sentore di stanchezza. Questo perché per me viaggiare non è mai stato il sinonimo di riposo oppure svago, ma al contrario rappresenta un’occasione per dare nuovo nutrimento all’anima e ai pensieri che a stare troppo ferma si ingarbugliano e rimangono cristallizzati, incapaci di svilupparsi completamente.

Così oggi, dopo lo scorso articolo pubblicato, torno a divagare sul tema delle isole Azzorre, perché pur essendo mete forse inusuali si sono rivelate un’esperienza fantastica. Vorrei essere in grado di suggerire la mia top five delle cose da vedere, ma sono convinta che un paio di settimane di camminate e viaggi in mare non siano sufficienti per giudicare un arcipelago così esteso e sperduto. Sicuramente è d’obbligo citare le grotte all’interno di vulcani spenti, la città di Horta che è un ritrovo di pirati, marinai e velisti dal Cinquecento, oppure le numerose caldeire, ovvero crateri di antichi vulcani, ma mi fermo qua per non cadere nel banale.

Quello che mi sembra più interessante, oltre agli elenchi puntuali che dicono tutto e niente, è cercare di spiegare la sensazione che si prova a camminare per le viscere della terra, ad esplorare paesaggi verdissimi, a fare il bagno in piscine naturali di roccia vulcanica e a ripercorrere le orme di infiniti naviganti e viaggiatori. Si tratta di luoghi isolati ed autentici, risparmiati dal turismo di massa e ricchi di testimonianze, che hanno per noi il valore di quella che è sempre stata una tappa obbligata per chiunque desiderasse di fuggire senza lasciare tracce. Ci si sente con un piede in Europa e un altro in quel continente liquido che è l’oceano Atlantico, costituito da rotte nautiche ed Alisei, che non segue completamente il ritmo della vita sulla terraferma. Allo stesso tempo tuttavia sono terre fertili ed abbondantemente coltivate, dove si contano fino a cinque raccolti all’anno, a causa del particolarissimo clima di cui godono.

Forse un giorno approfondirò meglio questo discorso e mi dilungherò a raccontare la mia esperienza, ma per adesso cedo il posto alla vostra fantasia, sperando che mi capirete.

Isole Azzorre, dove esiste un faro che guarda soltanto le rocce

Una volta ho visto un faro che, anziché affacciarsi sull’oceano sterminato dritto e fiero come ci si aspetterebbe, indicava la terraferma a niente più che un promontorio di rocce vulcaniche e friabili.

Arianna Senore, Faial

Ero sulla isole Azzorre insieme al mio adorato compagno di viaggio, per la precisione ci trovavamo sull’estremo ovest dell’isola di Faial, proprio in mezzo all’Atlantico, a metà strada tra l’Europa e l’America, circondati dalla vegetazione tropicale e da un mondo assolutamente selvaggio.

Sulla punta del Capelhinos si erge quello che secondo me è un monito eterno dell’incredibile potere che la natura ha su noi umani che cerchiamo di addomesticarla. Il secolare faro che ha indicato il riparo sicuro e migliaia di pirati e viaggiatori è stato reso inutile circa cinquant’anni fa da un’eruzione vulcanica così forte da aggiungere un nuovo miglio quadrato all’isola, proprio davanti al monumentale edificio.

Da vedere è un vero spettacolo, con il promontorio ricoperto dai detriti anziché dalle onde. Si può camminare in questo paesaggio lunare sino a perdersi o finire a strapiombo sull’oceano, meravigliandosi per la bellezza aspra di come doveva essere il nostro pianeta al principio, prima della vegetazione e della formazione della crosta terrestre.

Arianna Senore, Faial

A volte però ripensare al faro del Capelinhos mi fa spaventare. Mi fa pensare che forse un giorno anche io sarò accecata dalle polveri esplosive di qualcosa di nuovo ed effimero, tanto da perdere la vista sull’oceano infinito, bellissimo e immutabile. E magari la causa non sarà un evento catastrofico, ma soltanto una qualche coltre di fumo inconsistente e insignificante.

Ma solitamente preferisco sorridere osservando le fantastiche pietre laviche pesantissime che mi sono portata a spalle da Faial fino a casa, insieme ad un germoglio di fucsia che  purtroppo non sono riuscita a trapiantare in Italia.