Turner e l’Italia: le nostre città nei suoi disegni

Naples: Monte St Angelo and Capri 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli, Castel dell’Ovo, sullo sfondo Monte Sant’Angelo a Tre Pizzi e Capri.

Riuscite ad immaginare un viaggiatore solitario e insaziabile che per sei mesi gira l’Italia con un taccuino e una matita tra le mani, continuamente impegnato nella riproduzione di quello che ha di fronte? Ecco, in un modo decisamente più semplice (e in molti casi meno nobile), anche noi facciamo la stessa cosa quando scattiamo infinite foto in giro per il mondo.

Come vi raccontavo nello scorso post (chi se lo fosse perso può cliccare qui!), Joseph Mallord William Turner durante il suo soggiorno in Italia non si è fermato un attimo, riempiendo centinaia di pagine con i suoi disegni, oggi consultabili online a questo link.

Spesso i suoi schizzi appaiono come degli scarabocchi, un insieme di poche linee nervose e veloci che servono a fissare nella mente l’impressione di un momento. Eppure, nel momento in cui si tratta di un luogo che conosciamo, ecco che i tratti rapidi diventano precisi contorni di quella che è una chiara immagine nella nostra memoria. Non mi credete? Allora scorriamo insieme questa selezione che vi ho preparato!


Torino

Façade of S. Giovanni, the Cathedral at Turin 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, facciata del Duomo di S. Giovanni a Torino.

Ovviamente il mio spirito campanilista mi impone di iniziare dalla città che conosco meglio, dicendo come scusa che è la prima immortalata dall’artista, arrivato in Italia dal Moncenisio.

Come si può vedere, nella capitale sabauda Turner sembra essere stato affascinato in primo luogo dall’architettura, manifesto di quel barocco così poco convenzionale, una sfumatura stilistica che forse in Inghilterra era ancora poco nota. 

Non so voi, ma io ho l’idea che sia rimasto stregato in particolare dalla Cappella della Sindone (che, per chi non la conoscesse, è visibile cliccando qui, in una foto di MuseoTorino antecedente all’incendio che l’ha rovinata).


Bologna

Bologna colpisce l’osservatore per le sue torri, siano esse religiose o civili, e anche Turner non è rimasto immune al suo fascino medievale. Sullo sfondo poi è impossibile non riconoscere il landmark per eccellenza: il Santuario della Madonna di San Luca, lontano e adagiato sulle colline.


Tivoli

Tivoli 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Tivoli.

Esistono moltissimi schizzi e acquerelli che l’artista ha realizzato a Tivoli, probabilmente perché ha soggiornato poco lontano per un relativamente lungo periodo di tempo. Dovendo scegliere, ho deciso di proporvi opere che mostrano altre due interessanti tecniche utilizzate da Turner.

In primo luogo il mio adoratissimo acquarello, che gli ha permesso di immortalare non solo le linee ma anche i colori e le sfumature dell’Italia mediterranea che aveva davanti. Per seconda è molto interessante la scelta di utilizzare fogli già grigi, così da poter disegnare sia le ombre sia le luci, con lo scopo di ricreare l’atmosfera dei luoghi.


Napoli

Naples: the Castle of the Egg 1819 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Napoli e il Vesuvio.

Napoli si presenta come un vero trionfo di colore. Anche in questo caso ci sono molte opere tra cui scegliere, tutte meravigliose! In questo caso non è solo l’architettura a colpire l’occhio di Turner, ma piuttosto la sua integrazione con il paesaggio, come è visibile anche nell’immagine inserita all’inizio di questo articolo.


Pisa

The Duomo and Campanile, Pisa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, il duomo e la torre di Pisa.

Quello che mi diverte di Pisa è invece il grande numero di particolari che compongono lo schizzo qui in alto, come se Turner non volesse dimenticare nulla della città toscana. In effetti la mia idea è che volesse poi realizzare un quadro a partire da questi schizzi, opera mai dipinta una volta di ritorno in Inghilterra.

Quella che curiosamente è invece diventata un’illustrazione è invece la bozza della chiesa di Santa Maria della Spina, visibile in basso (e scusate per la bassa risoluzione).


Firenze

Florence from San Miniato circa 1828 by Joseph Mallord William Turner 1775-1851
J. M. W. Turner, Firenze da San Miniato.

Infine, non potevo non citare Firenze. Purtroppo questo quadro, realizzato qualche anno dopo a partire dai quaderni di viaggio, è disponibile solo con una bassa risoluzione, cosa che mi spiace molto. Il capoluogo toscano sembra intrigare Turner più che per l’architettura per la sua simbiosi con l’Arno, un legame che non tutte le città hanno con i fiumi su cui si affacciano.


Detto questo, ho terminato il mio excursus per le città italiane. Vi ha incuriosito?

Se invece abitate in città che non ho nominato, potete comunque curiosare nell’archivio della Tate Gallery, visto che sono presenti moltissimi altri centri urbani che ho dovuto trascurare per mettere la parola fine a questo post che sarebbe potuto diventare potenzialmente infinito!

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10 momenti di passione

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In fondo cos’è l’arte se non un meraviglioso gesto d’amore?

Se doveste scegliere 10 tra le opere d’arte di tutti i tempi, quali sarebbero per voi quelle che meglio rappresentano l’amore intenso e senza limiti? Ecco, per il nuovo episodio di 10 Momenti di… il filo conduttore è proprio la passione.

Vi ricordate di questo progettino inaugurato insieme al blog Artesplorando? Si tratta di una serie di brevi video in cui cerchiamo di raccontarvi con 10 dipinti delle sensazioni, dei temi o dei percorsi trasversali alla storia dell’arte (a proposito, ecco il link alla scorsa puntata: 10 minuti di…Inverno!).

In questa selezione trovate tutti gli artisti che più amo, forse perché per me intensità e ardore sono una prerogativa necessaria per esprimersi al meglio con la pittura.

Che cosa aggiungere, se non che spero di avervi fatto incuriosire abbastanza da cliccare play? Fatemi sapere cosa ne pensate 😉

Il padiglione più bello (e famoso) mai progettato per un’Expo

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Barcellona, anno 1929. L’esposizione universale realizzata nell’area di Montjuic e di Piazza di Spagna si configura come un evento di grandissima portata e di richiamo internazionale. (Per i curiosi su Barcellona, ecco il link ad un bell’articolo per preparare un viaggetto: Barcellona oltre la Rambla: cinque cose da non dimenticare sulla capitale catalana)

Ma, a livello di architettura, riuscite ad immaginare quale stile fosse predominante? Nonostante le classiche promesse di modernità a innovazione legate ad eventi del genere, quello che domina nella scelta dei catalani che allestiscono un’intera porzione di città e in molti degli stati europei che partecipano è un eclettismo piuttosto kitsch, decisamente sorpassato per i tempi che corrono e volto ad attirare l’attenzione delle masse.

A cosa mi riferisco? Ecco qualche esempio per chiarire le idee. Per prima cosa, la fotografia qui sotto rappresenta il fulcro dell’esposizione, un enorme palazzo ora sede del più grande museo di Barcellona. Sobrio direi, non siete d’accordo?

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Piazza di Spagna e la sistemazione urbanistica progettata in occasione dell’Expo del ’29.

Ed ecco poi qualche esempio di padiglioni, come Italia (in equilibrio tra l’Art Déco e il regime fascista), Danimarca, Belgio, Ungheria e Spagna (appena dietro il museo sopra fotografato).

 

Ecco, sembra difficile da credere ma proprio in questa fiera di stravaganze architettoniche, appena girato l’angolo, si trova un padiglione destinato a cambiare la storia dell’architettura contemporanea in Europa e non soltanto, data l’influenza anche negli Stati Uniti.


Il padiglione della Germania di Mies Van Der Rohe

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La Germania chiede a uno dei suoi architetti più influenti di rappresentarla, così Ludwig Mies Van Der Rohe progetta un padiglione che sembra precedere un un secolo i suoi vicini. Dobbiamo tenere conto che siamo ancora in un periodo relativamente dorato del Bauhaus, anche se poco prima della fine, così questa costruzione diventa il manifesto del Movimento Moderno. (sul Bauhaus, ecco un altro articolo che forse vi interesserà: Geometria, semplicità e purezza: i pilastri di una nuova modernità)

Lo schema semplice e geometrico della pianta è il frutto della nuova libertà che si raggiunge con le strutture in acciaio: niente più muri portanti, soltanto una maglia di pilastri indipendenti dai tramezzi.

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Oltre all’equilibrio in pianta, quello che è straordinaria è la composizione geometrica, figlia degli studi sull’astrattismo e sul neoclassicismo, per non parlare della ricercatezza dei materiali (vetro, acciaio cromato e lastre di pietra naturale) e della raffinatezza del design degli oggetti al suo interno. In effetti sono state progettate proprio per questa occasione le intramontabili poltrone Barcellona, sempre frutto del genio di Mies Van Der Rohe.


Noia o perfezione?

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Sicuramente bisogna ammettere che una tale compostezza (direi molto tedesca) stupisce molto nel contesto di una esposizione universale, che rimane poi sempre una colossale fiera.

Questo approccio sobrio e lineare senza la possibilità di scendere a compromessi è però tipico di Mies Van Der Rohe, che da questo momento in poi è destinato a realizzare i suoi migliori capolavori. Io vi dirò che lo apprezzo moltissimo, eppure dopo la Seconda Guerra Mondiale il suo celeberrimo motto “Less is more” (meno è più) stufa a tal punto da essere storpiato in “Less is a bore” (meno è una noia).

Detto questo, il mio amore per il Movimento Moderno rimane immutato (anche se cerco di incentivare il pensiero critico).


Un contenitore che divora il contenuto

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Ultima osservazione: cosa avranno mai potuto esporre qui dentro i Tedeschi, senza che risultasse incredibilmente secondario?

Forse la risposta a questo dilemma è che la Germania non voleva mostrare i suoi prodotti tipici o la sua cultura tradizionale, ma piuttosto il livello di avanzamento culturale e tecnologico che la rendeva probabilmente il Paese più vivace del mondo.

Purtroppo questo primato è destinato a durare poco, dato che i Nazisti incombono e nel giro di pochi anni riescono ad annientare tutto ciò che di bello possiede e incarna questa nazione.

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Detto questo, siamo arrivati alla fine della storia di oggi, vi aspetto prossimamente per raccontarvi di altre due costruzioni destinare a cambiare la storia dell’architettura contemporanea. Spero di non annoiare nessuno! 😉

“Viva il tramonto e viva ora l’estate che ha portato l’estate”

Ferdinand Hodler, lo Jungfrau tra la nebbia.
Ferdinand Hodler, lo Jungfrau tra la nebbia.

Ieri sera ho avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo davvero bello.

Erano circa le nove di sera e stavo andando in macchina dal mio innamorato. Ci separano circa venti chilometri di una statale quasi panoramica, in direzione ovest: verso il tramonto insomma,  tuffandosi nelle alpi.

Il tempo era perturbato, così i pendii e i prati che disegnavano l’orizzonte erano di un nero quasi blu, mentre il cielo era bassissimo, come un coperchio di nubi fosche e plumbee. Tra questi due strati scuri c’era una striscia di cielo chiarissima, tra il giallo e il rosa, che faceva risaltare le guglie e i picchi delle montagne, visibili in mezzo alle nebbie che correvano veloci.

Mi è sembrato di essere finita in un quadro romantico, così bello da non poter distogliere lo sguardo. Ho visto di fronte a me tutto il passaggio dai colori caldi fino al violetto e mi sono goduta lo spettacolo della sera che invadeva la valle.

Questi momenti mi fanno innamorare del mondo in cui viviamo. Mi sento parte di quella che è davvero una grande bellezza, vedo l’armonia nella geometria delle alpi, nei campanili che spuntano dalla campagna, nei paesi che si susseguono e negli alberi che dominano in mezzo ai campi. Ecco, in queste occasioni capisco che i paesaggi “rurali” (passatemi il termine) che caratterizzano la nostra Italia, seppure con infinite differenze, sono belli e degni di attenzione quanto le città che forse diamo per scontate.

Allo stesso tempo mi arrabbio con tutti coloro che continuamente cercano di distruggere il loro fascino, che gradualmente privano i nostri territori di quella magia che deriva da millenni di convivenza tra uomo e natura. Odio chi è disposto a vendere ciò che non gli appartiene per i suoi comodi e per ingrassare le sue tasche, disprezzo le persone senza scrupoli che hanno come unico obiettivo il loro benessere. (Dovete capirmi: vivendo in Valle di Susa sono particolarmente sensibile a queste tematiche…)

Quando però vedo uno spettacolo naturale così bello in fondo riesco a essere felice, perché fortunatamente esiste qualcosa di molto più forte di noi poveri umani, esiste la forza del mondo che ci circonda e continuerà a r-esistere anche quando noi non ci saremo più.

Detto questo, vi saluto con le parole del ritornello di una canzone che, anche se è un po’ sciocca e non la sento da una vita, è da ieri che mi rimane in mente (Occhi blu, di Tricarico).

Viva la vita, viva l’amore, viva il tuo sapore, / viva ogni istante e viva ogni momento e ogni passaggio / e ogni varco, ogni raggio, ogni soffio di vento, / viva anche l’inverno e viva il tramonto / e viva ora l’estate che ha portato l’estate / e viva l’immenso che mi porto dentro.

5 santuari per 5 artisti: ecco cinque musei da non perdere

Sono convinta che per tutti esista almeno un museo o una galleria d’arte che è rimasta nel cuore per i più svariati motivi.

Ci sono luoghi che hanno il potere di svelare qualcosa che noi non sapevamo, di avvicinarci maggiormente ad un artista o di vedere un dipinto destinato a cambiare i nostri gusti e a permetterci di superare la linea d’ombra dell’indifferenza, la tenebra più terribile. (E in questo momento sto ripensando ad un’epifania avvenuta in una piovosissima Dublino, più precisamente nella National Gallery of Ireland, anno 2008 – come spiegato meglio in questo articolo, al punto 3).

Non bisogna essere degli esperti per commuoversi di fronte alla Pietà di Michelangelo, così come non è necessario avere la presunzione di sapere tutto per rimanere stregati da un dipinto. Per questo oggi vorrei trattare dei musei che per me hanno un’anima: cinque luoghi in cui si può davvero entrare nella mente di una personalità geniale, dove l’architettura ha il semplice compito di esaltare il contenuto.

Si tratta di una riflessione che mi è venuta in mente dopo la critichina dell’altro giorno al Zentrum Paul Klee (ve la siete persa? cliccate qui: Quando l’arte diventa un investimento: il Zentrum Paul Klee di Renzo Piano a Berna), ma adesso iniziamo con ordine.

1. Il Teatro-Museo Dalì a Figueras (Spagna)

Non posso che iniziare dall’incredibile spazio dedicato a Salvador Dalì, progettato dallo stesso artista in accordo con la municipalità del suo paese natale. 

Che lo si ami oppure lo si odi, quello che conta è che questo museo lo rispecchia in pieno, mettendo in scena monumentali installazioni surrealiste che rapiscono e stregano il povero visitatore. È uno smodato regno di illusione ed esagerazione, dove ogni dettaglio è stato curato ossessivamente dal pignolissimo pittore.

(Per scoprire di più su Dalì, non perdetevi questo articolo: Dove portano i sogni? Smarrendosi nel labirinto dei pensieri di Salvador Dalì)

2. Casa-Museo di Claude Monet a Giverny (Francia)

La mia seconda scelta è completamente diversa dalla scenografica e baroccheggiante prima posizione: qui si parla di un luogo di intima ricerca e di dedizione personale, dove niente è superficiale e si insegue l’essenza stessa della natura.

Il museo di Claude Monet in effetti è prima di tutto la sua residenza ed insieme il parco a cui si è dedicato per anni affinché raggiungesse la perfezione, dipingendolo quotidianamente. Ciò che ha di unico questo spazio infatti sono gli scorci che il visitatore riesce a cogliere, sentendosi all’improvviso vicinissimo a ciò che vedeva e riproduceva Monet.

(Per scoprire di più su Claude Monet e sulle sue ninfee, ecco l’articolo adatto: Quale altra musa, se non la natura? Il giardino segreto di Claude Monet)

3. Museo nazionale messaggio biblico di Marc Chagall a Nizza (Francia)

Questo museo, tra tutti quelli in elenco, è sicuramente quello che riveste un maggiore valore simbolico. Chi conosce Marc Chagall subisce certamente il fascino della sua delicatezza e del susseguirsi di simboli e significati nascosti che affollano i suoi dipinti. A Nizza lo stesso artista ha potuto progettare e vedere realizzato un museo destinato ad ospitare una serie di grandi opere legate alla Bibbia, meravigliose e disposte perfettamente.

In questo caso l’architettura si piega alla solennità e all’importanza del suo contenuto, articolandosi in una serie di grandi spazi dimensionati in base ai dipinti. L’auditorium poi presenta vetrate realizzate da Chagall, mentre durante il percorso di visita una vetrata inaspettata rivela un mosaico predisposto ad hoc che si riflette in uno specchio d’acqua. Che dire insomma, se non che è davvero un’esperienza unica aggirarsi in questi spazi!

4. Museo Magritte a Bruxelles (Belgio)

Tra tutti forse il più sottile è il museo Magritte, così come è sottile ed arguto l’assurdo che i suoi quadri riproducono ed enfatizzano. Si tratta di un palazzo neoclassico restaurato che all’esterno dice poco, ma aspettate di entrare e il mondo di questo artista vi sommergerà.

È uno spazio allestito in maniera coinvolgente e brillante e per di più contiene un’allestimento di tutto rispetto, quindi davvero permette di uscire decisamente arricchiti! (Purtroppo non ho trovato immagini migliori, quindi dovrete fidarvi delle mie parole!)

(Per scoprire di più su Magritte e sulla sua visione del surrealismo, non perdetevi questo articolo: Dove portano i sogni? Esplorando le illusioni di René Magritte)

5. Museo Munch a Oslo (Norvegia)

Ultimo ma non per importanza, mi sento in dovere di citare questo museo scandinavo perché per me ha un grandissimo valore: si tratta del motivo per cui amo incondizionatamente Edvard Munch e di un ricordo bellissimo nella mia memoria.

Questo edificio non si distingue particolarmente per la sua architettura (a dire il vero non mi rimane che un’immagine sbiadita del suo involucro, mentre il suo interno è nitidissimo!), anzi la scelta è quella di una struttura a servizio del suo interno, perché qualunque stravaganza non può che essere annientata e messa in ridicolo dalla grandezza e dalla limatissima essenzialità dei dipinti di questo artista. 

Il suo grande pregio e quello di lasciare filtrare all’interno la magica luce del nord, che investe i locali e ci aiuta ad entrare in sintonia non le opere, a vederle nella tinta giusta e ad instaurare un legame invisibile ma solido con Munch.

(Per scoprire di più su Edvard Munch, consiglio questo articolo: Per andare oltre l’urlo, due giorni di Munch).

Non saprei come spiegarmi meglio e soprattutto non voglio dilungarmi troppo, perché so che quello con i musei è un rapporto personale e diverso per ognuno, quindi non voglio interferire con quella che è la curiosità, unita alla sete di scoprire qualcosa di nuovo, che in una forma o in un’altra esiste in tutti noi.

Quando l’arte diventa ricerca dell’origine comune del mondo: alla scoperta dell’essenziale insieme a Paul Klee

Se l’altro giorno mi sono persa dietro le composizioni di Kandinsky (per chi se lo fosse perso, ecco il link all’articolo Cavalieri azzurri e cupole a mosaico: un invito a perdersi nella geniale fantasia di Vassily Kandinsky), oggi non posso che parlare di Paul Klee.

Anche se sono nati con una decina d’anni di distanza e in un contesto geografico, politico e sociale diversissimo (la Russia tra zar e rivoluzioni contro la neutralissima Svizzera), il destino riserva loro un percorso comune a partire dal 1911, anno in cui questi due artisti geniali si conoscono e l’astrattismo non è che una vaga e acerba idea. Insieme contribuiscono alla nascita e all’evoluzione del Blaue Reiter, fino ad insegnare nel Bauhaus, questa fucina di menti geniali che spesso cito e di cui un giorno forse parlerò.

Tra i due, forse Paul Klee è quello meno noto e sicuramente meno immediato, anche se non per questo ha meno da raccontare.

Se si vuole tradurre il suo linguaggio per renderlo più comprensibile ai nostri occhi, qui di seguito proverò ad individuare le chiavi di lettura che per me sono più importanti.

Il fondamento stesso dell’astrattismo

Per capire la concezione dell’arte che ha Paul Klee, bisogna tenere in mente questa frase, scritta da lui: L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è.

Da qui all’astrattismo il passo è breve. Il salto oltre la linea d’ombra in questo caso è proprio lo svincolarsi dal concetto di pittura come riproduzione meccanica di ciò che si ha di fronte. Fino all’Ottocento inoltrato l’arte consiste nella trasposizione sulla tela di un mondo idealizzato e ingentilito, poi la riproduzione della realtà è il traguardo che raggiungono gli impressionisti. All’inizio del Novecento poi le Avanguardie aprono la strada a qualcosa di nuovo, che in questo caso è la pretesa di riprodurre qualche cosa che si può annidare sia nelle viscere dell’animo umano sia alla base del nostro universo.

L’utilizzo del colore

Nei dipinti di Paul Klee si oscilla tra le luci del Mediterraneo e le ombre dell’origine del mondo, o forse delle tenebre della profondità del nostro inconscio. La scelta dei colori assume quindi una valenza quasi simbolica: le gradazioni accese e calde riprendono il sud dell’Europa, che si identifica con la purezza e la perfezione della civiltà classica, mentre le tinte cupe sono qualcosa di decisamente più intimo e personale. All’interno di queste opere infatti compaiono schematici paesaggi allegorici, mostri, occhi spalancati ed enormi che ci fissano e animali marini.

Per farla breve, i quadri foschi significano introspezione, avvicinandosi al discorso della psicoanalisi e alle idee secessioniste che nell’Europa mitteleuropea continuano a essere protagonisti. Al contrario, i dipinti luminosi sono caratterizzati da una maggiore geometria e da composizioni più rigorose, come in una continua ricerca dell’essenza. Anche la scelta di una tecnica pittorica che ricorda il mosaico serve a ricordare il mondo classico ai cui valori ci si continua ad ispirare. In questo caso, nella mia mente questo artista si avvicina moltissimo, seppure con esiti molto diversi, a Piet Mondrian e alla sua ricerca della geometria che si nasconde nella natura.

La sperimentazione

Paul Klee è infine un grande sperimentatore. Si evolve continuamente nei temi e nei soggetti che tratta e, oltre a questo, elabora numerose tecniche pittoriche e scultoree per arrivare ad esprimersi sfruttando in una maniera tutta nuova il supporto cartaceo o la tela. Alcuni anni fa al Zentrum Paul Klee di Berna (di cui parlerò prossimamente) mi sono innamorata delle marionette che questo artista realizzava per il figlio e per collezione, perché anche se possono sembrare frivole, nascondono una grandissima innovazione nei materiali e nel loro assemblaggio, dal momento che utilizza oggetti della più svariata natura.

Senza perdermi in sentimentalismi, per concludere questo articolo vi dirò che a me il confusionario Paul Klee piace moltissimo, perché è l’uomo scatenato che non si ferma mai, incurante della salute, del tempo che passa e della noia che è sempre in agguato.

I miei buoni motivi per amare Amedeo Modigliani e la sua commovente vita da ribelle

Amedeo_Modigliani_012Credo di avere amato i volti di Amedeo Modigliani prima ancora di iniziare ad amare la Parigi bohémien o di conoscere la sua vita rocambolesca e triste.

1° motivo – l’Immediatezza delle sue opere

Per questo, sono convinta che il primo motivo per amarlo sia proprio l’immediatezza. Ero una bambinetta eppure i suoi ritratti mi parlavano, così come continuano a trasmettermi ancora oggi delle emozioni. Sicuramente sono lineamenti stilizzati e limati fino a raggiungere l’essenziale, ma non per questo risultano anonimi o ripetitivi: al contrario, riescono con pochissime righe a catturare un’espressione ricercata e delicatissima. Chi si faceva dipingere da Modigliani diceva di farsi ritrarre l’anima ed in effetti non mi riesce difficile crederlo.

2° motivo – la sua umanità

Questo artista nel bel mezzo del delirio delle Avanguardie si oppone risolutamente a tutto ciò che è artefatto oppure troppo concettuale, favorendo una pittura che è espressione dell’umanità e che è così diretta ed autentica da scandalizzare nelle sue prime esposizioni. Nei suoi nudi la carne sembra tanto vera da fare arrossire l’osservatore, mentre i volti osservano con disarmante spontaneità.

3° motivo – quello che simboleggia

Oltre queste ragioni che di per sé basterebbero ad innamorarsi, si aggiunge la storia della sua vita, insieme al mito che rappresenta.

Amedeo Modigliani è  il ragazzino sfortunato e così cagionevole da essere costretto a trascorrere molto tempo segregato in casa oppure al mare in una sorta di solitaria villeggiatura. Per di più, viene da una famiglia in pessime condizioni economiche. Così, ci riempie di tenerezza, anche se questa sensazione ben presto viene sostituita dall’ammirazione, quando scopriamo che questo giovane è così risoluto da superare tutte le difficoltà per inseguire la sua musa, l’Arte con la A maiuscola, che lo porta prima a Venezia e poi a Parigi, la Mecca di tutti gli aspiranti artisti.

Ha una fame che non si placa mai e lo induce ad essere così intenso da abbandonarsi alla vita con tutti i suoi eccessi: la droga, l’alcol e l’amore. A Parigi convive con la tubercolosi e trova la donna della sua vita, Jeanne, da cui ha una figlia; inoltre è incredibilmente talentuoso e brillante ma in pochi sembrano accorgersene. Per questo forse ci commuove: dimostra che a volte le capacità non bastano, perché la vita è ingiusta e si fa beffe anche dei migliori.

Così, a trentacinque anni muore senza avere incontrato l’approvazione e il rispetto che merita, provocando anche il suicidio di Jeanne incinta nei giorni immediatamente successivi.  Da questo momento diventa l’artista maledetto per eccellenza, oltre ad essere l’uomo che ci ha provato fino all’ultimo, senza dimenticare per un solo istante la passione che gli scorre nelle vene.

In conclusione, sono questi i motivi per cui io amo moltissimo Amedeo Modigliani e le sue opere, ed in più lo rispetto e me ne frego se ha vissuto una vitaccia criticabile, perché la Parigi bohémien era così ed era impossibile viverci senza sporcarsi, soprattutto se tanto non si avevano grandi altre prospettive. Può essere facile criticare, ma noi non sappiamo cosa vuol dire patire davvero la fame e soffrire di tubercolosi, vivere in una comune di artisti squattrinati e vedersi continuamente criticati e non capiti. E se non sappiamo cosa vuol dire la vita parigina di questi anni, non ci resta che leggere la sua biografia ed amarlo per l’uomo vitale e straordinario che è stato.


Per chi dovesse amare Modigliani un po’ di più dopo questo articolo o fosse semplicemente curioso, questo è un invito a passare a trovarmi venerdì e trovare la mia opinione sulla mostra “Modigliani e la bohème di Parigi, visitabile a Torino fino al 19 luglio 2015.

Per chi poi non fosse soddisfatto da queste poche immagini, ecco il link alla pagina di Wikimedia Commons su Amedeo Modigliani, dove si possono vedere moltissime opere, persino alcuni rarissimi paesaggi!

La Sacra di San Michele: emblema di una nazione che non sa valorizzarsi

Sacra di San Michele notteDiciamocelo, in Italia non siamo degli assi a promuovere l’impareggiabile patrimonio culturale che ci ritroviamo un po’ dappertutto, per non parlare poi della possibilità utopica di sfruttare il turismo su tutto il territorio a livello capillare, cosa che accade in altri Paesi che pure obiettivamente non hanno così tanto da offrire. Viviamo di rendita grazie alle città d’arte che godono di fama ben più antica degli stupidotti e dei disonesti che ci governano e che sarebbero capaci a lasciarle andare in malora, se non fossero ormai così celebri.

La Sacra di San Michele rappresenta per me l’esempio perfetto di un bene importantissimo dal punto di vista cultuale di cui si però parla poco, ma sono sicura che a chiunque verrà in mente un altro luogo altrettanto paradigmatico legato alla sua realtà. Per farla breve, si tratta di un monastero medievale realizzato sulla cima del Monte Pirchiriano, all’imbocco della Val di Susa.

sacra san michele dall'altoOltre ad essere il simbolo della Regione Piemonte, teoricamente avrebbe le carte in regola per confermarsi come grande punto di interesse, visto che si trova in un punto di passaggio tra Italia e Francia e che è raggiungibile in un’ora di macchina da quel bacino d’utenza di un milione di persone che è Torino. Per i più sportivi, si può arrivare anche a piedi attraverso ben due sentieri molto suggestivi, avventurandosi per una via ferrata, oppure ancora, per i più spavaldi, seguendo una via lunga di arrampicata, composta da ben venticinque tiri.

Una volta raggiunta, con qualunque mezzo, la Sacra di San Michele offre poi un panorama spettacolare verso la pianura e verso le Alpi, anche se non è solo la sua  posizione a renderla tanto affascinante. E non è nemmeno soltanto la storia medievale che si respira nei suoi interni, grazie all’importanza che riveste dal punto di vista storico, artistico e architettonico, oppure alla connessione spirituale con Mont Saint-Michel in Francia e con il Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo in Puglia.

sacra san michele interno sacra san michele chiesaCiò che affascina il visitatore è la magia che sprigiona questo luogo, insieme all’impressione che si ha di tuffarsi in un’altro tempo e in un’altra storia, quando dalla cima del Monte Pirchiriano si poteva vigilare sulle vie di comunicazione, sulle popolazioni della valle e sui pellegrini che si affannavano sulla via francigena.

Per tutti questi motivi la Sacra di San Michele è una testimonianza eccezionale di un periodo storico ed insieme è un edificio unico che riesce a fondersi con la roccia su cui poggia, che fa da fondazione, da parete e da pilastro. Si tratta di un luogo dove l’opera umana si armonizza in maniera speciale profonda con il contesto naturale, rispettando la montagna su cui sorge e trasmettendo forse anche per questo un grande senso di pace e di tranquillità.

Eppure rimane una meta turistica poco conosciuta, che riceve molte meno visite rispetto a quello a cui potrebbe aspirare. Ma la cosa peggiore secondo me sono gli scarsissimi servizi che sono offerti a chi viene a vederla. Non esiste un bookshop che inviti ad entrare, non c’è offerta culturale complementare e anche dal punto di vista ristorativo non c’è grande abbondanza. Non parliamo poi della possibilità di soggiornare, o dell’idea di organizzare passeggiate o altri percorsi nella natura.

Non fraintendetemi, non mi piace l’idea di commercializzare troppo l’arte e di rovinare un’atmosfera unica a fini di lucro, però in troppi casi qui in Italia vengono a mancare quelle iniziative e quegli accorgimenti che servono per aggiornare l’offerta turistica. Non siamo più nel Settecento quando il Grand Tour in Italia era una meta obbligata, le regole del gioco nei viaggi stanno cambiando e noi non riusciamo a stare al passo. E dire che la cultura è l’unica materia prima che è abbondante nel nostro Paese e che non dovrebbe temere la concorrenza di nessuno!

Se ci penso non posso che essere sfiduciata e chiedermi se ce ne accorgeremo soltanto quando sarà troppo tardi.

scara di san michele seraPer scoprire qualcosa in più sulla Sacra di San Michele, faccio un po’ di pubblicità: cliccate qui!

L’America selvaggia della corsa all’oro e della conquista del west: le impressioni di Frederic E. Church

Frederic Edwin Church, Tramonto nella landa selvaggia.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo nella landa selvaggia.

Comincerò dall’inizio. In principio, ci sono stati gli avventurieri: gruppi di persone piccoli o meno piccoli suddivisi in base alla lingua e all’etnia, approdati sulla costa est di quell’immensa prateria che erano gli Stati Uniti. Eccoli, i veri padri fondatori, sicuramente non troppo eruditi e nemmeno troppo amanti della legalità, scappati dall’Europa alla ricerca di un’occasione.

Gente affamata, insomma, affamata di terra oltre che di cibo, ed assetata di avventura. Nella mia mente i pionieri sono come dei corsari o dei pellegrini, anche se in realtà non ci è voluto molto prima che si formassero le prime città, sui porti e sulle principali vie di comunicazione. Chiamarle città potrebbe essere un eufemismo, dato che al momento dell’indipendenza nel 1783 soltanto cinque nuclei urbani superano i 10.000 abitanti, e ancora nel 1833 Chicago conta circa 350 abitanti.

Frederic Edwin Church, Gli iceberg.
Frederic Edwin Church, Gli iceberg.

Ecco, la loro dimensione rimane per lungo tempo quasi ridicola, se paragonata alla grandezza del territorio. Cosa si trovava davanti un pioniere che partiva alla conquista dell’oro? E un cercatore d’oro che dalle montagne rocciose si spingeva a nord?

Credo di poter trovare la risposta nei dipinti di Frederic Edwin Church, un americano, prettamente romantico, che riesce a ritrarre questo territorio incontaminato, grazie ad una pittura dettagliata e ad un uso dei colori che non risulta essere quello europeo, differenziandosi ben presto in modo microscopico ma percettibile.

Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Cascate del Niagara (lato americano).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Tramonto lungo la Hudson Valley (New York).
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Nuvole sopra Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.
Frederic Edwin Church, Crepuscolo invernale in Olana.

Si tratta di un viaggiatore senza tregua, pienamente ottocentesco, nato benestante, che gira in lungo e in largo l’intero continente americano alla ricerca dell’ispirazione, e che di ritorno a New York ogni volta fa faville. Cerca di catturare il fascino della natura selvaggia illuminata al tramonto, raramente inquinata dalla presenza umana, soffermandosi sui grandi specchi d’acqua, sui blocchi di ghiaccio e sui boschi lussureggianti. 

Si tratta di uno dei primi pittori statunitensi a riscuotere un grande successo a New York, dove vive per molti anni, e adesso vorrei perdermi dietro ad alcune sue immagini insieme a voi, per entrare in questo mondo ancora inesplorato e giovanissimo.

Frederic Edwin Church ci mostra tutto ciò che gli esploratori ed i pionieri hanno probabilmente avuto davanti agli occhi. Ci racconta dei grandi spazi vuoti che lasciano la natura come unica protagonista, mentre per noi europei è difficile da immaginare un mondo così vasto e selvaggio.

Per chi non fosse ancora sazio di queste immagini, consiglio di cliccare su questo link: la pagina di Frederic Edwin Church su Wikimedia Commons che raccoglie moltissime sue opere.

Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Cotopaxi.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.
Frederic Edwin Church, Segnale luminoso di Mount Desert.

Quale altra musa, se non la Natura? (2/4)

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Il giardino segreto di Claude Monet

Se pensiamo agli impressionisti, ci vengono in mente quadri che ormai possiamo definire quasi tradizionali, molto per bene e poco trasgressivi. Eppure sono proprio loro che hanno varcato la linea d’ombra, aprendo la strada alle avanguardie e rivoluzionando a dir poco il mondo della pittura. Basta in questo senso considerare il fatto che il rivale del giovane Claude Monet era niente meno che Eugène Delacroix, accademico e assolutamente monumentale. Anche a livello di storia personale, più che degli aristocratici questi artisti sono stati dei giovani spregiudicati che hanno invaso la stessa Parigi che era la culla dei maledetti.

Tornando a Monet, si può senz’altro dire che possa vantare una vita una vita burrascosa e nient’affatto banale, segnata da numerosi lutti familiari che dai quadri forse non si presagiscono a differenza ad esempio di Edvard Munch, decisamente più trasparente (su questo artista: Per andare oltre l’Urlo, due giorni di Munch).

Perde la madre a diciassette anni, va a studiare a Parigi, a ventisette lascia Camille, la fidanzata incinta, per vivere con gli amici Bazille e Renoir, poi nello stesso anno torna con lei e cerca di suicidarsi a causa dei debiti. Nel 1870, quando Claude Monet ha trent’anni, la guerra curiosamente porta a qualcosa di buono: da soldato, viene mandato a Londra, dove può vedere le opere di J. M. W. Turner.

Da qui, la rivoluzione: luce anziché linee, volumi anziché disegni; ecco che l’impressionismo, grazie anche all’effervescente clima parigino, sta venendo al mondo. Il nome di questo movimento di deve all’esposizione del 1874, a cui Monet partecipa, anche se poi lascerà presto gli altri impressionisti, per spingersi più lontano in cerca di maggiori soddisfazioni. Sono gli anni in cui si trasferisce a Giverny, un piccolo paese a debita distanza da Parigi. È l’uomo che sente il dovere morale di dipingere, di esprimersi e di proseguire la sua ricerca, consapevole di stare compiendo qualcosa di grande.

Claude Monet, Glicine.
Claude Monet, Glicine.
Due parole su Giverny

Lungo la Senna, immerso in un celebre giardino romantico,  esiste l’edificio che Claude Monet sceglie come studio, lontano dal caos della città e vicino all’amatissima natura, musa ispiratrice per eccellenza.

Claude Monet, Ponte con ninfee.
Claude Monet, Ponte con ninfee.

Qui l’artista si ispira a ciò che vede passeggiando, dipinge en plein air per cogliere il momento, per trasmettere un’impressione, per l’appunto. Con il tempo, forse complice la vista più debole, i paesaggi studiati si trasformano in tele quasi astratte, dove sovrano è il colore. 

È questa la sua grandezza, la completezza di una vita vissuta a pieno e a lungo: Monet ha la possibilità di crescere e di evolversi nel tempo sino a spingersi oltre ogni etichetta e classificazione. 

Da questo punto in poi, il tempo prenderà ad accelerare in maniera forsennata, facendo intimidire forse anche questa prima rivoluzione, fiera e moderata.

Claude Monet, Ninfee.
Claude Monet, Ninfee.

Le luci del Nord Europa: Munch contro Friedrich

Io le ho viste, le luci del Nord Europa. Quanto avevo vent’anni ho avuto l’occasione di compiere un viaggio di ventuno giorni per inseguire il sole nella maniera meno convenzionale, ovvero risalendo in treno il continente, andando verso le latitudini in cui non tramonta mai. Ero insieme a mia sorella, la mia compagna di avventure di sempre, ed abbiamo visto sia dai finestrini sia dall’entrata della nostra tendina dei colori spettacolari che sono sicura che non dimenticheremo.

Ma non è di noi che voglio parlare, il punto è che le northern lights sono davvero incredibili e mi fanno sempre venire in mente due artisti che, seppure con un secolo di distanza, sono riusciti secondo me a catturarle in pieno.

Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, evening.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Nordic landscape.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.
Caspar David Friedrich, Tageszeitenzyklus, in the morning.

Per primo, non si può certamente trascurare Caspar David Friedrich (1774-1840), genio romantico, pienamente ottocentesco e appassionato ricercatore del sublime. Come ho già sostenuto in precedenza (si veda Il mio amore per il romanticismo), io sono una seguace di questo movimento e quello che mi cattura è proprio il nuovo e rivoluzionario atteggiamento nei confronti della natura, che finalmente non è più vista come fondale per quadri a tema, ma diventa la vera  incontrastata protagonista.

Così, finalmente ci si libera di tutte quelle figure mitiche o mitologiche che ormai alla fine del Settecento hanno un po’ stancato e appaiono ormai vuote di contenuti, in favore di un’assoluta novità. Il mondo sta cambiando, ci sono rivoluzioni e nuove scoperte, così è giusto che anche gli artisti rinnovino il repertorio dei soggetti.

Friedrich, appassionato di paesaggi e di rovine, è per me un grande maestro nella rappresentazione delle atmosfere nordiche, uno dei primi che si impegna così tanto nell’esplorare la vastissima gamma cromatica necessaria per rappresentare l’alba o il tramonto.

Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Train smoke.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Summer night by the beach.
Edvard Much, Moonlight.
Edvard Much, Moonlight.

Il secondo artista che sono in dovere di citare è Edvard Munch (1863-1944), uomo geniale ed angosciato che esprime in pieno il mondo della fine dell’Ottocento, secolo lungo per antonomasia, fino alle avanguardie novecentesche.

Simbolista, espressionista e visionario, dimostra anche una grande sensibilità nella rappresentazione del paesaggio, che per lui diventa un tramite per descrivere emozioni e stati d’animo.

Se a prima vista le sue opere sembrano completamente differenti rispetto a quelle di Friedrich, a causa del linguaggio formale diversissimo, scendendo ad osservare i colori e l’ampiezza dei cieli si possono secondo me riscontrare delle analogie, somiglianze dovute all’utilizzo della musa ispiratrice, la luce del nord.

Ecco, io ritengo che la bellezza e la grandezza di questi due artisti risieda proprio nel modo personalissimo e allo stesso tempo universale in cui sono riusciti a trasmettere l’impressione degli infiniti tramonti sul mare e della selvaggia natura in generale.

Quando il mondo era giovane e servivano ancora le Avanguardie

Vassily Kandinskij, Composition 6.
Vassily Kandinskij, Composition 6.

Se voglio parlare della linea d’ombra nell’accezione più universale del termine, allora non posso che parlare delle Avanguardie, la prima risposta ad un universo in trasformazione, all’inizio del caos e della febbrilità che da allora caratterizza il nostro modo di vivere. In effetti nessuno più di questi geni ha saputo saltare in avanti e squarciare il tutt’altro che sottile velo di tenebra che li avrebbe separati da tutto ciò che è convenzionale, banale o già noto.

Se si pensa bene, cos’altro hanno in comune maestri del calibro di Schiele, Munch, Boccioni, Kandinskij o Braque, se non la loro insaziabile ricerca oltre al reale, per tendere all’assoluto?

Ovviamente non si può giustificare come una congiunzione astrale una tale concentrazione di talento in un così breve periodo storico, ma si deve sicuramente parlare delle nuove committenze borghesi, di ferventi movimenti culturali, della diffusione di discipline come la psicanalisi, e della sempre maggiore facilità di comunicazione in ogni angolo del globo. Rimane comunque il fatto che nessuno si sarebbe aspettato un esito del genere, un’esplosione tale di novità in tutta Europa, e lo si può capire da quanto fossero considerati scandalosi questi artisti, spesso ostacolati ed incompresi. Eppure grazie a loro si è generato un nuovo modo di intendere l’arte, una nuova sfida, ci si è avvicinato a una concezione che è quella di oggi.

Dichiarazione di intenti

Nel prossimo futuro voglio esplorare insieme a chi mi leggerà questo periodo così affascinante e seducente. Voglio conoscere, comunicare e vivere le impressioni, le conquiste e le lotte di questi artisti che mi fanno sempre innamorare di loro. Voglio anche immaginare i teatri di queste vite avventurose, i fulcri della cultura come Vienna, Parigi o Londra. Voglio parlare di chi amo, insomma.

Piccola nota polemica che non riesco a trattenere

E ora che questo mondo è invecchiato, dopo che il secolo breve ha scavato fosse e crateri sulla sua superficie meno liscia?

Io credo che ormai abbiano stufato coloro che si sforzano di ricercare stravaganze e forzate novità, perché essere un’avanguardia senza un esercito destinato a seguirti è insensato e futile. Ormai il mondo è stanco, forse sarebbe meglio riuscire a tirare le fila dell’immenso caos in cui siamo immersi, piuttosto che continuare a tendere all’entropia.

La bellezza del tempo vissuto in viaggio

Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.
Arianna Senore, i pomeriggi di un tempo al Monte dei Cappuccini.

Non sono forse i momenti migliori, più colorati nella nostra memoria, quelli vissuti da turisti?

Pensare ad una vecchia vacanza mi fa sempre sorridere, dimentico subito il freddo o il caldo eccessivo, la pioggia, il cibo a volte non ottimo, e stanze scadenti, le ore di coda oppure ogni genere di disavventura. Tutte queste impressioni svaniscono nell’esatto istante in cui varco la soglia di casa, che pure sono felice di rivedere, sia ben chiaro, ma che sicuramente non ha lo stesso fascino.

Il tempo vissuto altrove ha il meraviglioso sapore della libertà, non è scandito da monotoni orari, ma unicamente dalla sete di conoscenza e dalla curiosità senza freni. Mi basta essere in viaggio per diventare più serena, più felice e decisamente più accomodante.

Ecco, io credo di essere davvero felice nel momento in riesco a ritagliare anche solo una mezza giornata di questo clima vacanziero, anche dove vivo. Allora sia ode alla luce invernale e alle passeggiate per Torino: questa mattina per la prima volta da alcuni mesi che mi sono sembrati una vita ho girato per la città come una volta facevo spesso, senza meta, infilandomi in una mostra e guardando tutti i bar o gli angoli in cui è presente un ricordo.

Forse il valore aggiunto del tempo da turisti speso nella propria città sta nell’appartenenza ai luoghi che guardiamo sotto un’altra luce, nel legame sentimentale che proviamo con determinate panchine, monumenti, caffè o sponde del fiume, dove una volta riecheggiavano risate con chi forse non conosciamo nemmeno più. 

Sta nei profumi, nell’odore di fumo, nelle luci della sera e nel rumore delle foglie nei parchi.

“A ogni epoca la sua arte e a ogni arte la sua libertà”

Oggi esordisco con lo slogan di un movimento artistico che ormai ha più di un secolo, che è nato per aspirare all’eterno ma è finito per essere superato nell’arco di pochi anni.

J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.
J. M. Olbrich, il Palazzo della Secessione a Vienna.

Sto parlando della Secessione viennese, ovvero quello che succede quando in un clima di vivacità intellettuale le accademie di arte e architettura della capitale dell’Impero Asburgico continuano a propinare le solite discipline classicheggianti e banali. Una tale rigidità convince menti brillanti come Gustav Klimt e Otto Wagner a separarsi per fondare una secessione di artisti indipendenti e capaci, volti alla creazione dell’opera d’arte totale.

Come gli Impressionisti a Parigi nei Salons des Indipendents insomma, soltanto decisamente più visionari. Sulla questione dell’opera d’arte totale oggi non mi dilungherò, tralasciando gli esiti catastrofici in architettura e il sarcasmo di un signorino come Adolf Loos (scrittore de Ornamento e Delitto, per capirci) perché voglio parlare di un altro artista, di un altro architetto per la precisione: il giovane Joseph Maria Olbrich (dico giovane perché anche lui fa parte del club dei geni morti piuttosto giovani, a 41 anni per la precisione).

Nel Palazzo della Secessione si esprime tutto il simbolismo e l’ossessione di questa generazione, che nonostante tutto soffriva della crisi fin du siècle e iniziava ad accusare un po’ di stanchezza della vita su una giostra tra la belle époque e l’imperialismo con le sue politiche di potenza.

Ci sono i riferimenti alla cultura classica, leggibili tra le civette, gli allori e le Gorgoni, i particolari fiabieschi costituiti dagli animali riprodotti e infine le scritte: Ver Sacrum (Primavera sacra) e, per l’appunto, il titolo del mio pensiero di oggi. Esiste poi la modernità dei volumi e del loro assemblaggio, insieme alla freschezza di un lessico architettonico che non è ancora vincolato a regole stilistiche.

olbrich-particolari

Se andate a Vienna, fermatevi a vederlo e fotografatelo su tutti i lati, perché garantisco che ne vale la pena.

E pensate a Olbrich, a questi ragazzi che cento anni fa credevano in un futuro fatto di bellezza e cultura, che immaginavano di poter vivere in una colonia di Artisti (a Darmstadt, progettata dallo stesso Olbrich), lontani dalla guerra che presto avrebbe distrutto tutto e fatto crollare quello che allora era un impero secolare.

olbrich-particolari2

Il mio amore per il romanticismo

Senza dubbio io amo i romantici. Non fraintendetemi, non intendo il tipo di persone smielate che si manifestano con rose e baci Perugina, ma piuttosto le anime solitarie alla ricerca del sublime.

J. M. W. Turner, Snow storm.
J. M. W. Turner, Snow storm.

Non so spiegarmi, ma dai tempi del liceo subisco il fascino di quest’epoca confusa che è il lungo Ottocento, e da amante della cultura inglese non posso che commuovermi per la bellezza di alcuni testi e di molti quadri, soprattutto se si parla di un certo Joseph Mallord William Turner, longevo e prolifico artista di corte, viaggiatore e disegnatore d’eccezione, mano che ha saputo rappresentare meglio di chiunque altro il Regno Unito prima che diventasse un vero e proprio impero, prima di Vittoria insomma.

Impressionista prima degli Impressionisti, in certi tratti astratto prima delle Avanguardie, il primo che in maniera del tutto compassata ha socchiuso quello che poi diventerà circa cinquant’anni dopo il vaso di Pandora, ovvero il vortice di sperimentazione fino all’informale.

Prometto che un giorno parlerò di lui in maniera più completa e pertinente, per adesso però mi accontento di vagare con la mente all’insegna dei romantici in generale, affascinanti e seducenti creature che hanno cambiato la poesia e hanno contribuito a creare una nuovaa visione della natura e della persona.

Concludo così questo articolo forse un po’ confuso con la prima poesia che ho incontrato sul libro di inglese del liceo (di P.B. Shelley), e che ricordo ancora proprio perché, anche se allora non conoscevo molto del romanticismo, mi era entrata nel cuore.

A dirge
Rough wind, that moanest loud
Grief too sad for song;
Wild wind, when sullen cloud
Knells all the night long;
Sad storm whose tears are vain,
Bare woods, whose branches strain,
Deep caves and dreary main,–
Wail, for the world’s wrong!

Un canto funebre
Brusco vento, che lamenti forte
un dolore troppo triste per una canzone;
Selvaggio vento, quando una nube fosca
rintocca per tutta la notte;
Triste tempesta, che lui lacrime sono vane
Boschi spogli, i cui rami sforzi,
Grotte profonde e mare tetro,
gemete, perché il mondo è sbagliato!

Perdonatemi se non ho soddisfatto la vostra curiosità, ma quest’oggi proprio non riesco ad essere ordinata.