Guardare la vita dritto negli occhi: 5 poesie di Wisława Szymborska

Paul Klee, Il cappio spinato con i topi, 1923

Per qualche ragione che non mi spiego praticamente tutti i miei artisti preferiti – pittori, poeti e scrittori – sono uomini. Soprattutto per quanto riguarda la poesia, quasi tutti i grandi sono maschi, ed è una tendenza che è rimasta anche nel Novecento, con poche eccezioni – ma significative!

È proprio di una di queste eccezioni, la grande poetessa che risponde all’impronunciabile nome di Wisława Szymborska, che vorrei parlarvi nel post di oggi.

Chi era Wisława Szymborska?

Wisława Szymborska (1923-2012) è una poetessa polacca, che ha ottenuto il premio Nobel per la letteratura nel 1996. La Polonia – oltre ad essere uno dei nostri stati preferiti – è un Paese che ha visto, nel Novecento, una fioritura di grandi poeti: Czesław Miłosz (di cui ogni tanto abbiamo parlato) è tra i più noti, ma a me piacciono tantissimo anche Herbert Zbigniew e Adam Zagajewski, di cui prossimamente mi piacerebbe parlarvi.

In patria la Szymborska è praticamente una star e i suoi libri hanno venduto centinaia di migliaia di copie, caso più unico che raro se si pensa alla diffusione della poesia nel Novecento. Credo che una delle ragioni principali sia la sua limpidezza: il suo stile è volutamente semplice e scorrevole, rendendo la maggior parte delle  poesie immediatamente comprensibile. Questo non significa che gli argomenti di cui tratta siano banali o semplici, anzi: il bello della sua opera è che spazia dal quotidiano allo spirituale, dagli animali alle persone, dal piccolissimo all’immenso. Tutto questo con un taglio ironico, fantasioso e mai superficiale.

Di seguito trovate sei poesie che a me piacciono particolarmente, nella traduzione di Pietro Marchesani.

Paul Klee, Episodio prima di una città araba, 1923
Paul Klee, Episodio prima di una città araba, 1923

1. Un minuto di silenzio per Ludwika Wawrzyńska

E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
– Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

 

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

 

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

 

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

 

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

 

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso –

 

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

Questa poesia è dedicata ad una maestra polacca che si è sacrificata per salvare quattro bambini da un incendio, morendo alcuni giorni dopo per le ustioni riportate. In Polonia è una figura molto nota ed amata.

Di questa poesia, complessivamente bellissima pur nella tristezza dell’evento commemorato, io trovo molto profonda la conclusione: possiamo immaginare i nostri comportamenti e reazioni di fronte agli eventi inaspettati e ai colpi della sorte, ma conosciamo davvero noi stessi solo fino a dove siamo stati testati.

Paul Klee, Tre case, 1922
Paul Klee, Tre case, 1922

2. Al mio cuore, di domenica

Ti ringrazio, cuore mio:
non ciondoli, ti dai da fare
senza lusinghe, senza premio,
per innata diligenza.

 

Hai settanta meriti al minuto.
Ogni tua sistole
è come spingere una barca
in mare aperto
per un viaggio intorno al mondo.

 

Ti ringrazio, cuore mio:
volta per volta
mi estrai dal tutto,
separata anche nel sonno.

 

Badi che sognando non trapassi in quel volo,
nel volo
per cui non occorrono le ali.

 

Ti ringrazio, cuore mio:
mi sono svegliata di nuovo
e benché sia domenica,
giorno di riposo,
sotto le costole
continua il solito viavai prefestivo.

Se abbiamo la fortuna di stare bene, tendiamo a dare per scontato quale miracolo sia avere un cuore che batte, da solo, senza che nessuno glielo ricordi. Da qualche parte ho letto che in media in un anno il cuore fa 42 milioni di battiti! 😮


3. Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

 

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

 

Il cuore dell’orca pesa cento chili,
ma sotto un altro aspetto è leggero.

 

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita,
sul terzo pianeta del Sole.

Sarà che io adoro gli animali e tutto ciò che li riguarda, sarà che le poesie sugli animali sono rare, ma questa poesia secondo me è fantastica – anche se l’argomento principale non sono tanto gli animali, quanto la loro capacità di vivere pienamente senza dubitare di loro stessi o preoccuparsi di nulla.

Ad esempio, una cosa che io adoro dei gatti – ma che è valida per tutti gli animali in generale – è come pienamente vivono la loro esistenza, come sono al 100% gatti in ogni istante della loro vita, al di sopra delle umane faccende e affanni (un po’ quella che Montale chiama la divina Indifferenza del falco alto levato, per tornare dalle nostre parti).

paul klee, paesaggio con uccelli gialli, 1923
Paul Klee, Paesaggio con uccelli gialli, 1923

4. La vita breve dei nostri antenati

Non arri­va­vano in molti fino a trent’anni.
La vec­chiaia era un pri­vi­le­gio di alberi e pie­tre.
L’infanzia durava quanto quella dei cuc­cioli di lupo.
Biso­gnava sbri­garsi, fare in tempo a vivere
prima che tra­mon­tasse il sole,
prima che cadesse la neve.

 

Le geni­trici tre­di­cenni,
i cer­ca­tori quat­trenni di nidi tra i giun­chi,
i capi­cac­cia ven­tenni –
un attimo prima non c’erano, già non ci sono più.
I capi dell’infinito si uni­vano in fretta.
Le fat­tuc­chiere bia­sci­ca­vano esor­ci­smi
con ancora tutti i denti della gio­vi­nezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l’occhiata del nonno.

 

E del resto essi non con­ta­vano gli anni.
Con­ta­vano reti, pen­tole, capanni, asce.
Il tempo, così pro­digo con una qua­lun­que stella del cielo,
ten­deva loro una mano quasi vuota
e la ritraeva in fretta, come pen­tito.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scin­til­lante
che dall’oscurità nasce e nell’oscurità scompare.

 

Non c’era un attimo da per­dere,
domande da rin­viare e illu­mi­na­zioni tar­dive,
se non le si erano avute per tempo.
La sag­gezza non poteva aspet­tare i capelli bian­chi.
Doveva vedere con chia­rezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.

 

Il bene e il male –
ne sape­vano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male si acquatta.
Nes­suno dei due si lascia vin­cere
o allon­ta­nare a una distanza defi­ni­tiva.
Ecco il per­ché di una gioia sem­pre tinta di ter­rore,
d’una dispe­ra­zione mai disgiunta da tacita spe­ranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sem­pre breve.
Troppo breve per aggiun­gere qualcosa.

Noi qui viviamo in un altro posto e i nostri antenati non sono i suoi, eppure in qualche modo lo sono. Io penso che il valore di questa poesia sia universale, dice tutto da sola e c’è poco da aggiungere.


5. Un appunto

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

 

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

 

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

 

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

 

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

 

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

 

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Che poi è forse proprio questa una delle costanti della vita: la percezione che ci sia qualcosa di importante che sta lì, appena oltre la nostra portata, e noi sappiamo che c’è ma non lo riusciamo a raggiungere.

good_place_for_fish_1922
Paul Klee, Posto buono per la pesca, 1922
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