Il re dell’amore non corrisposto: Petrarca e i suoi endecasillabi perfetti

Di solito io preferisco o la poesia del Novecento oppure quella classica, greca e latina, ma nei circa milleottocento anni che separano Marziale da Montale (fa pure rima 😛) si staglia una delle figure più temute dai liceali e più amate dalla sottoscritta: Francesco Petrarca.

Petrarca era un po’ un noiosone, lo ammetto anche io che sono una sua grande fan, ma è stato uno dei più straordinari poeti italiani. Mi riferisco soprattutto a quella che è diventata la più famosa delle sue opere, il Canzoniere, cioè la raccolta di 366 componimenti (uno al giorno, e aveva previsto pure l’anno bisestile!) scritti in una lingua che ai tempi si chiamava ancora volgare, e che è l’antenata non così lontana del nostro italiano.

FPPetrarca non aveva idea che il Canzoniere avrebbe tirannicamente stabilito un canone poetico da cui pochissimi si sarebbero allontanati per molti secoli successivi. Lui stesso lo scrive come una sorta di diario poetico personale e non lo diffonde quasi. Ma se per un po’ rimane un testo molto di nicchia, sconosciuto ai più e criticato dai pochi che lo avevano letto perché troppo rivoluzionario, a partire dalla fine del Quattrocento viene invece eletto a testo esemplare per la lingua poetica: vale a dire che fino almeno a Leopardi è praticamente solo al Canzoniere che si guarda per il lessico poetico, le forme metriche, i temi.

(Questo successo è in parte ampiamente meritato, in parte conseguenza della vittoria, dopo alcune complicate diatribe linguistiche, del buon Bembo, che risolse la questione della lingua proponendo Petrarca come modello per la poesia e contribuendo alla nascita di un fenomeno di imitazione di massa, detto petrarchismo.)

Ma quali sono i motivi che hanno portato generazioni di scrittori ad imitare fedelmente Petrarca, quasi come se il Canzoniere fosse la Bibbia dei poeti? La risposta non è semplice, ma una delle ragioni credo che stia nella sua straordinaria maestria nel condensare in un verso un suono perfetto perfettamente legato al significato che trasmette. Vorrei provare a dimostrarvelo proponendovi una scelta di endecasillabi, prima ancora che di poesie, perché secondo me la sua bellezza sta innanzitutto nei versi singoli.

Prima, però, per chi è curioso o per chi vuole fare un ripasso, due cenni fondamentali sul Canzoniere e sulla sua poetica.

Petrarca_Canzoniere
Splendida edizione del Canzoniere, miniata da Antonio Grifo. Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, Inc. G V 15.

La poetica del Canzoniere

Come accennato sopra, il Canzoniere è una raccolta di 366 componimenti poetici, per la maggior parte sonetti, che Petrarca scrive nell’arco di buona parte della sua vita. Argomento principale (ma non l’unico) è l’amore del poeta per Laura, una donna che ogni tanto sembra dargli qualche barlume di speranza, ma che alla fine non lo vuole. Ad un certo punto Laura muore, evento che scatena la disperazione nell’animo di Petrarca e che segna una divisione netta nelle poesie: la prima parte contiene le poesie in vita di Laura, la seconda quelle in morte di Laura.

Un elemento di assoluta novità e rottura rispetto alla tradizione è che, con Petrarca, abbiamo l’irruzione in scena dell’io dell’autore, analizzato attentamente e spesso preda di forti conflitti. A ben guardare, tutta l’opera è più una cronaca degli effetti che l’amore per Laura ha sull’animo del poeta che non una lode disinteressata per la donna amata: il protagonista assoluto è quasi sempre Petrarca con la sua interiorità.

Detto così potrebbe sembrare profondamente presuntuoso e anche un po’ antipatico, ma in realtà il modo in cui Petrarca descrive la propria personalità e rappresenta il proprio io, costantemente straziato per qualcosa, lo fanno apparire simpatico: molto spesso, leggendo le sue poesie, non si può non provare un po’ di empatia nei suoi confronti. Il poeta passa infatti buona parte del suo tempo non solo a lamentarsi per la situazione amorosa infelice in cui si trova, ma anche a criticarsi ferocemente per la propria incapacità di dominare le passioni, che hanno il gravissimo effetto di allontanarlo da Dio.

Ricordiamoci che Petrarca è figlio di un tempo lontanissimo dal nostro: è un medievale profondamente religioso e l’amore per Laura è per lui una doppia tragedia, non solo perché non è corrisposto, ma soprattutto perché lo allontana dall’unico amore degno, cioè quello per Dio.

Siamo quindi davanti ad uomo molto spesso dubbioso, tormentato, incapace di superare le spaccature all’interno del suo animo – che sono poi sempre le stesse da quando l’uomo è capace di provare sentimenti: il conflitto tra ragione e passione, tra volontà e debolezza, tra ciò che è giusto e ciò che si desidera. La genialità di Petrarca sta nel raccontare tutto questo in un modo nuovo, che era rivoluzionario allora e che ci parla ancora adesso.

Sandro Botticelli, Ritratto ideale di Signora (Ritratto di Simonetta Vespucci come ninfa)
Sandro Botticelli, Ritratto ideale di Signora (Ritratto di Simonetta Vespucci come ninfa)

Un altro aspetto molto importante è la straordinaria capacità di Petrarca di donare ai suoi versi una musicalità e una cadenza che non hanno eguali – in parole povere, suonano bene e sono bellissimi: il suo stile è inconfondibile. Bisogna tenere conto che è estremamente difficile adeguare il concetto che si vuole esprimere ai vincoli metrici di un sonetto, donandovi anche una veste così complessa ed aggraziata come quella che lui molto spesso conferisce ai suoi endecasillabi.

Petrarca presta un’attenzione estrema alle figure retoriche di suono, prima tra tutte l’allitterazione, cioè la ripetizione non casuale di un suono all’interno di un verso. Un esempio tra tantissimi è il seguente:

Ma io sarò sotterra in secca selva
(XXII, 37)

Sta dicendo che lui sarà morto e sotterrato in una bara di legno secco prima di vedere l’alba di un giorno in cui il suo sogno d’amore sarà coronato. Il tema è difficile ed aspro e lo è anche il modo in cui il verso suona. Provate a dirlo ad alta voce: è faticosissimo da pronunciare, sia per l’allitterazione della s sia per la presenza di suoni duri, come la doppia c e la doppia r.

Ecco, questa è una delle ragioni per cui io amo Petrarca con tutto il mio cuore: in questo campo è un maestro indiscusso e non posso che provare un’ammirazione profondissima di fronte alla sua capacità di creare endecasillabi perfetti.

Petrarca
Splendida edizione del Canzoniere, miniata da Antonio Grifo. Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, Inc. G V 15.

Qualche verso dal Canzoniere

da lei vien l’animosa leggiadria
(XIII, 12)

In un sonetto d’amore dedicato a Laura, il poeta ringrazia il cielo per la possibilità di averla potuta ogni tanto vedere, perché da lei proviene l’animosa leggiadria, concetto bellissimo e difficilissima da parafrasare. La leggiadria è la leggerezza, la serenità, anche la vitalità, ed è definita animosa, cioè coraggiosa, ma anche felice. Non vi sembra una definizione bellissima?


e so ben ch’i’ vo dietro a quel che m’arde
(XIX, 14)

Nel sonetto da cui è tratto questo verso Petrarca si paragona a uno di quegli insetti che ronzano intorno alla luce (che per lui è Laura) anche se rischiano di rimanere bruciati: scrive so bene che vado dietro a quello che mi brucia, ne è consapevole, sa che quello che insegue lo consuma, ma non può farne a meno.


primavera per me pur non è mai
(IX, 14)

In questo sonetto Petrarca paragona Laura al sole, ma c’è una terribile differenza: il Sole, coi suoi raggi, porta sulla Terra le varie stagioni, mentre gli occhi di Laura, che sono come dei raggi, comunque lei li volga non portano mai per Petrarca l’agognata primavera. Anche qui, la desolazione del suo stato d’animo è resa anche dalle scelte retoriche, soprattutto l’allitterazione della p e della r.

Petrarca
Edizione del Canzoniere, miniata da Antonio Grifo. Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, Inc. G V 15.

lo star mi strugge, e ’l fuggir non m’aita
(LXXI, 41)

Qui Petrarca descrive una delle condizioni più tragiche in cui possa capitare di trovarsi: il restare mi consuma, e il fuggire non mi aiuta. Non c’è soluzione né sotto questo cielo né sotto un altro, perché al tormento interiore non c’è modo di sfuggire.


vommene in guisa d’orbo, senza luce,
che non sa ove si vada e pur si parte
(XVIII, 7-8)

Letteralmente, qui Petrarca sta dicendo: me ne vado in giro come un orbo, senza luce, che non sa dove va eppure parte.

Nel contesto della poesia, sta dicendo che quando si volge nella direzione dove è Laura il viso di lei è talmente luminoso che una luce gli rimane impressa nella mente, una luce così forte che gli spezza il cuore e quando è senza di lei vaga per il mondo come un cieco che non sa dove sia la luce e si muove a tentoni.

Petrarca
Edizione del Canzoniere, miniata da Antonio Grifo. Brescia, Biblioteca Civica Queriniana, Inc. G V 15.

Qual ombra è sì crudel che ’l seme adugge
ch’al disïato frutto era sì presso?
e dentro dal mio ovil qual fera rugge?
tra la spiga e la man qual muro è messo?
(LVI, 5-8)

Questa strofa è un po’ strana, ma a me piace moltissimo. Prima di tutto la parafrasi: Quale ombra è così crudele che fa intristire il seme, così vicino al frutto desiderato (impedendogli di germogliare)? E da dentro al mio ovile quale fiera ruggisce? Quale muro è stato messo tra la spiga e la mano?

Per capire cosa stia dicendo serve un po’ di contesto: in questa poesia Petrarca scrive che gli era stato promesso un incontro da Laura, lui era già al settimo cielo però lei alla fine non mantiene la promessa. Da qui lui si chiede come mai tra lui e la felicità a portata di mano si sia infilata una presenza nefasta, una fiera nel suo ovile, un muro tra la spiga e la mano che sta per coglierla. Non chiedetemi perché ma il verso dell’ovile è uno dei miei preferiti di tutta la letteratura italiana 🙂


perché cantando il duol si disacerba
(XXIII, 4)

Questo verso mi piace tantissimo perché Petrarca esprime con una grazia incredibile una delle ragioni che lo spingono a scrivere, cioè che scrivendo il dolore diventa meno acuto.


Bene, mi fermo qui perché mi rendo conto che oggi ho veramente sproloquiato! Ci sarebbero moltissimi altri versi, per non parlare dei sonetti interi, ma mi sono già dilungata davvero troppo, per cui ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui 🙂

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