In quale momento vi siete accorti di essere cresciuti?

Salvador Dalì, La persistenza della memoria.
Salvador Dalì, La persistenza della memoria.

Ho sempre pensato che quello della crescita fosse processo graduale e pertanto poco percepibile, diluito negli anni e nei momenti senza lasciare particolari tracce.

Al contrario, adesso sto cambiando idea. Accidenti, sono sempre più convinta che Conrad avesse regione, nel momento in cui ha teorizzato la questione:

I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù vivere in anticipo sui propri giorni, nella bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.

Uno chiude dietro di sé il cancelletto della fanciullezza – ed entra in un giardino incantato. Là persino le ombre rilucono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha un suo fascino. E non perché sia una terra tutta da scoprire. Si sa bene che l’umanità intera l’ha percorsa in folla. È la seduzione dell’esperienza universale, da cui ci si attende una sensazione singolare o personale: un po’ di se stessi.

Ecco questa è la giovinezza. Un flusso inarrestabile di novità, di nuove sensazioni, di scoperte, di vittorie e di sconfitte. Ma poi hanno inizio i momenti, e si intravide la ormai famosa linea d’ombra, l’attimo in cui ci si accorge di avere attraversato il confine delle prima (e vera) giovinezza.

Così io mi sono resa conto di averla appena attraversata, che tristezza!

Mi sono accorta di essere cresciuta nell’istante in cui ho capito che nella mia vita non avrei potuto fare tutto, che avevo compiuto senza accorgermi delle scelte che avrebbero condizionato il futuro. Fino a poco tempo fa pensavo che sarei riuscita ad essere un’artista, a girare il mondo, a trovare l’amore, a essere un architetto, una coltissima critica d’arte e una scrittrice. Adesso invece so che, avendo dato la priorità a determinate strade, ora alcune porte si chiuderanno. Le giornate durano soltanto ventiquattr’ore e per eccellere in un settore non basta l’ispirazione, e nemmeno l’intelligenza, ma ci vogliono pratica, esperienza e dedizione, e questo l’ho capito soltanto adesso che sono diventata una barbosissima adulta.

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13 thoughts on “In quale momento vi siete accorti di essere cresciuti?

  1. Artemisia 8 febbraio 2015 / 13:40

    Anch’io mi sono accorta di essere diventata finalmente grande.Ma non ne sono amareggiata, è solo un nuovo capitolo della mia vita, tutto da costruire.

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  2. Disintegrazioni 8 febbraio 2015 / 14:39

    Io mi sono accorto di essere cresciuto quando ho iniziato a vedere gli adulti come dei perfetti sprovveduti, esattamente come lo sono i bambini (a volte anche di più). A questo punto non fa nessuna differenza essere gli uni o gli altri…

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  3. Endriu 8 febbraio 2015 / 18:06

    Ho capito che stavo attraversando la mia linea d’ombra quando ho ricominciato a portare l’orologio. Quanto lo guardo scorrere, mi sembra più implacabile di un fiume in piena, più inarrestabile di un treno in corsa, e per qualche istante mi sento davvero travolto. Posso attraversare il mondo, correre, volare e amare, so che con l’impegno e con la dedizione potrò arrivare a realizzare alcuni dei miei sogni, l’ho già fatto in passato. Ma non posso fermare quella lancetta, non posso fermare quei due grammi di alluminio che girano vorticosamente sul quadrante azzurro del mio swatch.

    Ogni volta che lo guardo, legato al mio polso, lo sento pesare come un masso. Come una catena, la catena che mi lega ad un negriero invisibile.

    Mi guardo intorno, e improvvisamente capisco il fuoco demoniaco del capitano Achab, che vede nella caccia alla balena bianca l’unica possibilità per liberarsi di quel peso.

    Vedo Edmond Dantes, che – illuso – cerca il tempo perduto nel castello d’If, sperando che la vendetta glielo restituisca. E che – anche se non lo dice mai – in realtà da quel castello non è mai uscito, è ancora in catene.

    Comprendo la passione del grande Gatsby.

    Guardo ai mari descritti da Conrad, e sento che le avventure vissute dai suoi straordinari personaggi sono tutte lotte, più o meno nascoste; contrasti, fughe, mari in tempesta, sono la trasposizioni letterarie di quell’orologio.

    Sono anche io, come tutti loro, come Proust, alla ricerca del tempo perduto.

    Ma non ho smesso di sognare, e non ho smesso di vivere. Ho semplicemente aperto un occhio, aggiunto una dimensione temporale al mio modo di vedere e percepire la realtà. Una sensibilità nuova, un amplificatore per le sensazioni. Un modo per sentire e apprezzare di più, per sentirmi finalmente immerso nel tempo in cui vivo. Un passo necessario, da cui non tornerei indietro neanche se me ne fosse concessa la possibilità.

    Ho di recente comperato una macchina fotografica. Non sono un buon fotografo, e non credo che mai lo diventerò. Ma era un acquisto necessario; necessario per allenarmi, a guardare le cose e a fissarle, a cogliere l’istante per ciò che è e non per ciò che potrebbe essere.

    Necessario per comprendere la luce, ora che ho attraversato la mia linea d’ombra.

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  4. La linea d'ombra 8 febbraio 2015 / 23:46

    Buonasera carissimo, sarò anche inquieta in questi giorni ma non sono ancora arrivata al momento di cominciare a contare il tempo che passa. A dirla tutta, io odio gli orologi, con tutto il loro fastidioso ticchettare. In ogni caso ti ringrazio sinceramente per il tuo commento che riprende una bella serie di riflessioni su cui non mi dilungherò.
    Dimenticavo, citare Moby Dick è davvero da te. A presto 😉

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