Cosa rimarrà del nostro mondo?

Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china
Arianna Senore, Torino Porta Nuova, pantone & china

Per quanto possiamo darci da fare, noi vedremo sempre l’età classica come qualcosa di affascinante e troneggiante, ma allo stesso tempo malinconico e un po’ sbrecciato. Possiamo vedere centomila ricostruzioni dei templi con i loro colori assurdi, osservarne ogni dettaglio rifinito, però a livello inconscio i templi rimangono per noi candidi e solenni, abbandonati e misteriosi. Così anche le statue, ci sembrano così ideali e trascendenti, ma se avessero ancora gli occhi di vetro e le tinte sgargianti?

L’idea di romanità che abbiamo è frutto della decadenza. Che ci parla poi del mondo com’era davvero? Leggiamo gli antichi, cerchiamo di farci un’idea dalle commedie e dalle poesie, ma non ricostruiremo mai come fosse alzarsi al mattino per una cultura così diversa dalla nostra. Chi ci spiega com’era una battaglia o cosa fossero davvero i riti religiosi?

Lo stesso vale anche per il Medio Evo, se ci pensate. Per noi è impossibile immaginare l’intera Sicilia conquistata da 160 cavalieri, o la gente che moriva a quarant’anni ed era già vecchia. Per noi il Medioevo è fatto di briganti come Robin Hood, di cattedrali gotiche e di castelli.

Allora mi chiedo come appariremo noi fra centinaia o migliaia di anni, quando le radici delle piante avranno sbriciolato il cemento con cui abbiamo soffocato il mondo. Forse ci sarà stato un altro medio evo, un’età buia, capitano periodicamente, e magari ci saranno meno persone. Così, le nostre città saranno rimaste abbandonate. Cosa rimarrà dei nostri grattacieli, di tutte le strutture futuriste di cui ci sentiamo così fieri? Una volta caduti i vetri, appariranno come colossali griglie d’acciaio arrugginito che si spingono verso l’alto disperatamente, sostegni di piante rampicanti che contribuiranno a farle crollare gradualmente.

E in mezzo a questo sfacelo, a tutte queste rovine, oltre ai gatti randagi resteranno le strade, gli aeroporti e le stazioni, enormi, a presidio dell’abbandono. Senza più macchine, i viadotti autostradali diventeranno il simbolo e la spina dorsale di quella che i posteri potranno definire l’età dell’illusione, il momento in cui l’umanità intera si è comportata come Icaro, avvicinandosi tanto al sole da finire per perdere tutto. Penso proprio che ci ricorderanno come gli illusi che hanno inseguito il progresso come una chimera. 

Scavando tra le rovine, troveranno ogni tanto i resti di cd, di film, e soprattutto di milioni immagini e fotografie, e si domanderanno quanto per noi fosse schiacciante il terrore di essere dimenticati. Diventeremo così un mito malinconico e un po’ patetico, vicini nella memoria a Ulisse che era andato oltre le Colonne d’Ercole. Già, saremo un mito visibile nelle piglie delle autostrade disegnate dai graffiti, nelle automobili che saranno ormai un vecchio ricordo.

Che umanità buffa ha popolato il mondo, diranno. E forse troveranno qualche nome proprio da far diventare un eroe, oppure il personaggio di una nuova tragedia. Che personaggio triste quella Arianna, ad esempio, perseguitata dalla solitudine in un mondo con sette miliardi di persone, ossessionata dall’insoddisfazione nell’età in cui ogni sogno è realizzabile.

Forse, ora che ci penso, le religioni non sono altro che le ultime tracce di popolazioni così antiche da non averne più memoria. Forse gli Dei dell’Olimpo sono i personaggi mitizzati di un’intera umanità che un tempo popolava la Terra. E magari noi, ignari di tutto, un giorno finiremo per confluire in una nuova mitologia fatta di divinità prodigiose, di individui che conoscono ogni segreto della scienza e della tecnica e che proprio a causa di ciò sono travolti da un’inevitabile decadenza.

Saranno la conoscenza ed il potere i pomi della discordia di questi sciocchi dei. E forse alcuni Dei saranno proprio come noi due, persi in questo tempo, distratti da un bagliore più lontano, affascinati da questa decadenza di fronte alla quale siamo meno inconsapevoli di altri.

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